In difesa dei lavoratori onesti

televisioneTv scandalistica

Facile sparare nel mucchio. Ancor di più quando si citano dichiarazioni non vere o si invitano persone che non sono rappresentative della realtà. E che l’effetto di tali scelte poco felici sia devastante lo dimostra, tra le altre cose, il fatto che anche persone che, come me, non seguono le trasmissioni relative hanno accusato il colpo di una vera e propria valanga mediatica per nulla lusinghiera.

Cerca su Google e poi muori


L’ipocondria da rete in un’esilarante, quanto realistico, articolo di Daniela Ranieri pubblicato su Il Fatto Quotidiano di oggi.
La differenza stabilita da Woody Allen in uno storico articolo sul New York Times tra ipocondriaci e allarmisti (i primi si inventano mali che non hanno, i secondi credono che i propri acciacchi siano sintomo di malattie mortali) sfuma in un confuso miscuglio ossessivo-compulsivo da quando è possibile ricorrere all’auto-diagnosi su Google. Ci siamo passati tutti. Un attimo prima avevamo un herpes labiale (diagnosticato da zie e vicine di casa col nome rassicurante di “sfogo di febbre”) e un attimo dopo stavamo prenotando una scintigrafia.

Morire con dignità

morireVivere e morire con dignità

Morire, un argomento che di solito viene evitate. Eppure sarebbe necessaria una disamina al fine di poter meglio affrontarne gli aspetti, evitando sofferenze, incomprensioni e, soprattutto, la perdita della propria dignità.  La competenza clinica, la volontà di educare e la rassicurazione calma ed empatica sono fondamentali per aiutare i pazienti e le famiglie nelle ultime ore di vita. Per la maggior parte dei pazienti che muoiono si verificano cambiamenti fisiologici prevedibili. I principi di gestione sono gli stessi a casa o in un istituto di assistenza. Tuttavia, la morte in un istituto richiede strutture in grado di garantire la privacy e le usanze culturali e la comunicazione non può essere quella di uso comune. In previsione dell’evento, bisogna informare la famiglia e gli altri operatori sanitari su cosa fare e cosa aspettarsi, con riguardo ad argomenti quali il rigor mortis, come chiamare le pompe funebri,  dire addio al proprio familiare e spostare la salma. L’assistenza non finisce fino a quando il medico non ha aiutato la famiglia con attenzione alle loro reazioni al dolore. Le cure alla fine della vita sono una responsabilità importante per ogni professionista della salute e vi è un corpo di conoscenze per guidare la cura.
In sintesi, mantenere questi punti chiave in mente:
– C’è solo una possibilità di ottenere la giusta gestione delle ultime ore.
– I pazienti nelle ultime ore di vita di solito hanno bisogno di assistenza qualificata tutto il giorno. L’ambiente deve consentire alla famiglia e agli amici un pronto accesso al loro caro in un ambiente che è favorevole alla privacy e all’intimità.
– La preparazione preventiva e l’educazione dei professionisti, della famiglia e del volontariato sono essenziali. Essi dovrebbero anche essere informati circa i potenziali tempo del corso, i segni e i sintomi del processo di morte, e il loro potenziale di gestione. Il medico o l’infermiere devono aiutare i familiari a capire che ciò che vedono può essere molto diverso da ciò che il paziente sta vivendo.
– I cambiamenti fisiologici del morire sono complessi. Per controllare efficacemente ogni sintomo, i medici devono avere una comprensione della sua causa, della fisiopatologia sottostante e dei farmaci che è opportuno utilizzare.
– Quando la morte è imminente, la “fatica” è prevista come una parte del processo di morte e, nella maggioranza dei casi, non deve essere trattata medicalmente.
– La maggior parte dei pazienti perdono il loro appetito e ridurre l’assunzione di cibo molto prima che raggiungano le ultime ore della loro vita. L’anoressia può essere protettivo e la chetosi risultante può portare ad un maggiore senso di benessere e ridurre il dolore.
– La maggior parte dei pazienti tende anche a ridurre l’assunzione di liquidi o smette di bere del tutto, molto prima di morire. La disidratazione nelle ultime ore di vita non causa disagio e può stimolare il rilascio di endorfine, che si aggiunge alla sensazione di benessere del paziente.
– L’umidità deve essere mantenuta nelle membrane mucose con meticolosa igiene e lubrificazione orale, delle labbra e del naso.
– La maggior parte dei pazienti hanno sempre più sonnolenza e dormono la maggior parte del tempo, fino a diventare non risvegliabili. L’assenza di riflessi indica un livello profondo di coma equivalente ad anestesia totale.
– Si presume che il paziente incosciente senta tutto.
– Lamenti, gemiti e smorfie che accompagnano l’agitazione e l’irrequietezza sono spesso fraintesi come dolore. Potrebbe anche verificarsi un delirio terminale. Anche se gli oppioidi possono essere utili nel paziente incosciente che è difficile da valutare, potrebbero essere necessari benzodiazepine o neurolettici sedativi per gestire il delirio terminale. Le benzodiazepine possono causare effetti eccitanti paradossali; questi pazienti richiedono farmaci neurolettici per controllare il loro delirio.
– La funzionalità epatica e la perfusione renale ridotta possono cambiare la farmacologia dei farmaci somministrati cronicamente.
– Speso si accumulano secrezioni dall’albero tracheobronchiale. Scopolamina o glicopirrolato potranno effettivamente ridurre la produzione di saliva e altre secrezioni.
– Morire in un istituto presenta sfide particolari. Priorità e piani di assistenza alla fine della vita differiscono da quelle priorità e piani focalizzati su un prolungamento della vita e la cura.
– Le discussioni sulla pianificazione dovrebbero coprire tradizioni personali, culturali e religiose; riti e rituali come le preghiere devono essere effettuate; va stabilito come trattare il corpo di una persona dopo la morte e quando e come il corpo può essere spostato.
– Quando si verifica una morte prevedibile, il centro delle cure si sposta alla famiglia e  a coloro che hanno fornito assistenza.
– Le reazioni acute dolore dovrebbero essere affrontate, in particolare quando il corpo viene spostato.

Ospedali Psichiatrici Giudiziari: da oggi la chiusura definitiva

Ospedali Psichiatrici GiudiziariChiudono oggi gli OPG, Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Una misura voluta da una legge civile e favorevole al recupero e al reinserimento di quanti commettono crimini perchè affetti da problemi psichiatrici ma che purtroppo non ha trovato una risposta sufficiente ad evitare di aprire le porte a persone non ancora pronte ad affrontare la realtà esterne. Il provvedimento interessa sei ospedali psichiatrici giudiziari per circa settecento detenuti, di cui 450 entreranno nelle nuove Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Gli altri saranno dimessi o verranno collocati in strutture, nessuno sa quali, con percorsi di recupero personalizzati. In particolare 130 di loro non hanno più una famiglia o sono stranieri. In Campania gli Ospedali psichiatrici giudiziari sono due: ad Aversa (Caserta) con 104 internati, 38 campani, 52 laziali e il resto provenienti da Molise e Abruzzo; a Napoli, a Secondigliano, con 87 persone. Le Rems previste saranno operative solo dal 30 maggio, ad Avellino, e dal primo settembre a Calvi Risorta, nel Casertano. La situazione crea un discreto allarme sociale. Anche la Società italiana di psichiatria è intervenuta, pur avendo condotto una battaglia contro quello che aveva definito ergastolo bianco. In particolare viene enfatizzato il concetto di pericolosità sociale e la necessità di una redifinizione giuridica dello stesso. Paradossale la situazione lombarda dove una delibera prevede che l’OPG di Castiglione cambi targa all’ingresso, passando dalla scritta Opg a Rems.

Standard Ospedalieri: a giorni la loro approvazione

standard ospedalieri

In dirittura di arrivo i nuovi standard ospedalieri. L’iter tortuoso, lungo e più volte interrotto sebra doversi configurare per i seguenti elementi:
Riduzione dei posti letto. Circa tremila in meno, essendo confermati gli standard del 3 per mille per gli acuti e dello 0,7 per mille per la lungodegenza e riabilitazione. La cosa “aiuterà” non poco l’affollamento nei Pronto Soccorso.
Tasso di occupazione al 160 per mille e degenza media sotto i 7 giorni. Di questi il 25% dovrà essere dedicato ai ricoveri in day hospital
Case di cura private. Non verranno più accreditate quelle con meno di 60 letti per acuti, tranne per le monospecialistiche dopo valutazione delle singole regioni.
Ridefinizione della classificazione degli ospedali. Saranno previsti tre livelli: di base, con un bacino d’utenza tra gli 80.000 e 150.000 abitanti; di 1° livello tra gli 150.000 e i 300.000 abitanti e di 2° livello tra i 600.000 e 1.200.000 abitanti.
Soglie minime per volumi ed esiti. Indispensabili per il processo e la conferma degli accreditamenti e per l’eventuale riconversione della rete ospedaliera regionale.
Clinical governance.
Standard e reti. Previste  le “reti ospedaliere” per le grandi patologie (infarto e ictus) e per le malattie rare, l’oncologia e la pediatria. Previste 10 reti ospedaliere dedicate per ottimizzare la risposta terapeutica e assistenziale per altrettante aree terapeutiche.
Rete dell’emergenza. Ridefiniti i criteri per l’intera rete dell’emergenza urgenza, dal 118, ai punti di primo intervento, fino alla definizione dei diversi tipi di Pronto soccorso sia per bacini di utenza che per tipologia geografica del sito prevedendo indicazioni specifiche per le sedi ospedaliere in zone particolarmente disagiate. Individuati i diversi livelli di DEA (1° livello “Spoke” e 2° livello “Hub”) e i rapporti con la continuità assistenziale.
Ospedali gestiti dagli infermieri. Caratterizzati dagli ospedali di comunità che dovranno concretizzare il processo di integrazione ospedale territorio e garantire la continuità delle cure e dell’assistenza. Questi ospedali saranno gestiti dagli infermieri, avranno dai 15 ai 20 posti letto e l’assistenza medica sarà assicurata da medici di medicina generale o pediatri o da altri medici dipendenti o convenzionati con il Ssn secondo modalità scelte localmente. A livello gestionale questi ospedali faranno capo ai distretti sanitari. Un importante passo avanti sulla strada del riconoscimento della insostituibile funzione del personale infermieristico, sempre più portatre non solo di competenze tecniche ma anche di conoscenze scientifiche ed esperienze indispensabili per la cura di una popolazione che invecchia ed è portatrice di patologie multiple.

Salve il mio nome è

salve
Riusciranno i medici napoletani a trasferire in Italia l’iniziativa inglese che vede i colleghi d’Oltre Manica coinvolti nel tentativo di rendere più amichevole il rapporto medico paziente? Per adesso un hashtag su twitter ed una campagna stampa hanno lanciato l’idea. In Inghilterra la campagna è stata lanciata da Kate Granger che così scrive sul sito web di #hellomynameis (link) “Ciao, il mio nome è Kate Granger e sono la fondatrice della campagna #hellomynameis” Sono un medico, ma anche un paziente terminale di cancro. Recentemente sono stata ricoverata in ospedale come paziente, con una sepsi post-operatoria seguita ad una procedura di scambio stent. Durante il mio ricovero ho fatto alcune osservazioni sulla qualità della cure a me riservate. Forse la più brutta era che il personale nella maggior parte dei casi non si presentava. Un operatore sanitario sa tanto del paziente: il nome, i dati personali, le condizioni di salute e molto altro ancora. Ma cosa sanno degli operatori sanitari i pazienti? Spesso la risposta è assolutamente nulla, a volte nemmeno sanno i loro nomi. L’equilibrio di potere è unilaterale a favore delle professionista sanitario. Sono una forte sostenitrice della conoscenza dei nomi delle persone, come quota per costruire buoni rapporti di lavoro con tra pazienti e colleghi. Penso che sia il primo gradino nella scala di valori della cura. Così è nata l’idea di #hellomynameis. In questo modo ci si impegna a presentarsi ad ogni paziente. Si prega di condividere questa pagina con i professionisti sanitari il più possibile, e facciamo le cose migliori…”. In tempi di elevata problematicità economica, politica, sociale laddove la medicina e l’assistenza sociale assumono il ruolo di ammortizzatori e, troppo spesso, di parafulmini il tentativo di ritrovare le modalità operativa di un rapporto medico paziente fondato sul rispetto reciproco, la collaborazione e l’alleanza terapeutica è sicuramente benvenuto. Un salve è anche di buon augurio.

 

Donne medico: ancora poche negli Ordini

donne medicoTerminata la tornata elettorale si ripropongono le problematiche relative agli ordini dei medici. Tra queste la presenza femminile e dei giovani medici. Su 2500 consiglieri le donne medico sono solo il venti per cento (320) con oscillazioni tra “zero” presenze, a Livorno e La Spezia, e il 55%. Nel 77% dei consigli le donne medico sono meno di quattro. Solo sei, su 106 consigli, i presidenti donna (Fermo, Gorizia, Ascoli Piceno, Campobasso, Caserta e Reggio Emilia). Indispensabile un riequilibrio che tenga conto della crescente presenza femminile e che imponga una “rivoluzione culturale” non più demandabile. E se la legge Del Rio impone il quaranta per cento di posti al genere minoritario, maschile o femminile che sia, nelle giunte dei comuni oltre i 3 mila abitanti appare doveroso prevedere una quota rosa nell’ordine dei medici, magari in analogia a quanto fatto per l’Ordine Forense che con la Legge 247/12 recita (art.28, comma 2) “il regolamento deve prevedere, in ossequio all’articolo 51 della Costituzione, che il riparto dei consiglieri da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi. Il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo dei consiglieri eletti. La disciplina del voto di preferenza deve prevedere la possibilità di esprimere un numero maggiore di preferenze se destinate ai due generi. Il regolamento provvede a disciplinare le modalità di formazione delle liste ed i casi di sostituzione in corso di mandato al fine di garantire il rispetto del criterio di riparto previsto dal presente comma”. Al riequilibrio tra generi andrebbe poi aggiunta la possibilità di voto a distanza, per i tanti fuori sede impossibilitati a partecipare alle tornate elettorali, e l’istituzione di più seggi elettorali dove poter votare, dislocati in maniera strategica nella provincia, in relazione alla densità abitativa e alla conformazione orografica, soprattutto in Province come quella salernitana, con grande estensione territoriale.

Se il medico è fuori il paziente non muore.

medico

Medico: maneggiare con cura

Sconcerta l’articolo pubblicato su JAMA International Medicine (link) che correla la presenza del medico cardiologo con una maggiore incidenza di mortalità dei pazienti. Ancora di più se si considera che l’idea corrente è di non ammalarsi durante i fine settimana quando negli ospedali ci sono meno medici e il personale è più “rilassato”. Lo scopo del lavoro in esame era proprio quello di cercare una possibile spiegazione del vecchio adagio ed, invece, hanno scoperto che proprio quando gli ospedali erano ad organico completo, ma i cardiologi erano assenti per congressi, si registravano maggiori eventi sfavorevoli.  Nello studio sono stati esaminati i dati Medicare per monitorare i pazienti che sono stati ricoverati in un ospedale con una grave patologia cardiaca: infarto miocardico acuto, insufficienza cardiaca, o arresto cardiaco. La misura chiave era semplicemente se il paziente era ancora vivo dopo 30 giorni. Per capire quando i  cardiologi avevano più probabilità di essere presente negli ospedali, hanno selezionato due grandi incontri di cardiologia: l’American Heart Association e l’American College of Cardiology, che attraggono entrambi più di 10.000 partecipanti. I pazienti ricoverati nel corso delle riunioni sono stati confrontati con i gruppi ammessi tre settimane prima e dopo. Considerato che  i ricercatori sono più propensi a partecipare a questi incontri, hanno analizzato gli universitari separatamente dai regolari. Come ulteriori controlli, hanno controllato una serie di riunioni supplementari per gli specialisti di oncologia, gastroenterologia e ortopedia. Hanno inoltre esaminato l’impatto delle lesioni critiche aggiuntive, come sanguinamento gastrointestinale e fratture dell’anca, così come i problemi cardiaci non critici. In totale, ci sono stati decine di migliaia di pazienti coinvolti. E le tendenze erano chiare. Negli ospedali universitari, il tasso di morte dopo insufficienza cardiaca era del 24,8 per cento nei giorni non di riunione. Mentre i cardiologi erano fuori città, è sceso al 17 per cento. Una tendenza simile è evidente con gli arresti cardiaci, dove il tasso di mortalità è sceso dal 68,6 per cento al 59 per cento, mentre si svolgevano le riunioni di cardiologia. Non c’era alcuna differenza significativa nei pazienti con infarto miocardico acuto. Quindi la disponibilità di specialisti in città sembrava peggiorare le cose per i pazienti-l’esatto opposto delle ipotesi i ricercatori hanno deciso di esaminare. I vari controlli hanno suggerito che l’effetto è robusto, ed è persistito dopo aggiustamento per altri fattori potenziali, come l’età e il sesso. In un comunicato stampa che accompagna la relazione, uno dei suoi autori, Anupam Jena, ha detto “Questo è un enorme riduzione della mortalità, meglio della maggior parte degli interventi medici che esistono per il trattamento di queste condizioni.” Quale potrebbe essere la causa? Gli autori considerano tre possibilità. In primo luogo, c’è qualcosa che riguarda i cambiamenti del personale in cardiologia  che si verifica quando gli specialisti vanno fuori città che in realtà aumenta la cura. La seconda è che ci sono meno persone impegnati in ambulatori o procedure programmate, dato che i medici non avrebbero pianificare questi quando hanno saputo che sarebbero stati assenti. Ciò consentirebbe ai medici restanti di potersi meglio concentrare sull’assistenza ai casi gravi. L’ultima possibilità che essi ritengono che i medici che rimangono dietro sono più cauti circa la cura che danno, evitando procedure aggressive come l’uso di angioplastica o stent per riaprire vasi del cuore ostruiti. Ciò sarebbe coerente con la mancanza di effetto nei pazienti con infarto miocardico acuto, dove tale procedura è usato meno spesso. Anche se la loro analisi non può distinguere tra queste possibilità, è chiaro che questo effetto merita ulteriore attenzione.

 

 

Adriano Chiò: the constant collector

chiò“Pochissimi e poco noti sono li veri medici”, sosteneva Giordano Bruno. Se avesse conosciuto Adriano Chiò lo avrebbe inserito a pieno titolo nel novero dei veri medici. Per intanto a riconoscere i suoi meriti ha provveduto Lancet Neurology (link) con un articolo a lui dedicato. Chiò è uno dei massimi esperti internazionali sulla sclerosi laterale amiotrofica (SLA), contribuendo e lavora a Torino alle Molinette. Ricevere la pubblicazione del profilo su Lancet è evento raro riservato a pochi ricercatori e, per quanto riguarda l’Italia, si tratta della seconda volta in assoluto.  Chiò ha scoperto, tra l’altro, l’aumentato rischio di SLA nei giocatori professionisti, dato confermato anche in altre ricerche, e sta attivamente lavorando nel tentativo di comprenderne a pieno la ragione, in prima ipotesi l’aumentata incidenza di traumi. In un altro lavoro epidemiologico ha dimostrato come i pazienti affetti da SLA presentino caratteristiche cliniche e prognostiche distintive e facilmente distinguibili, in base all’età e al sesso. Da questa osservazione si è arrivati alla identificazione della mutazione genetica C9orf72, identificata nel 6-10% dei pazienti con la sclerosi laterale amiotrofica. La mutazione è presente anche nel 10-15% dei pazienti con demenza frontotemporale. L’amore di Adriano Chiò per il suo lavoro si esprime nel costante interesse verso la scienza, un punto fermo nella vita dell’esperto fin dagli anni della scuola, e nell’attenzione verso ogni singolo paziente e la sua malattia. “Ognuno di loro insegna qualcosa di diverso riguardo alla sua malattia ma anche riguardo alle caratteristiche della sua personalità”. Come sottolineato nell’articolo di Lancet Neurology una “mente vulcanica e brillante e una non comune passione per il lavoro e un carattere aperto che gli ha permesso di conquistare la fiducia di molti clinici e ricercatori italiani”.

“But when I was in my last year of high school I was very interested in biology, and also very interested in humanity, so I thought becoming a doctor allowed me to combine both my interests. My father was always very happy and maybe subconsciously he taught me that it is beautiful to be a doctor. And he was right: it is.”