Emigranti sanitari

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Sud: popolo di emigranti.

Una recente esperienza personale mi ha fatto vivere in prima persona la condizione che accomuna tanti nostri conterranei  emigranti, sanitari e no.  Al Sud siamo poveri e quando abbiamo bisogno sprechiamo le nostre risorse economiche per finanziare, e a caro prezzo, il nord già di per se ricco.Eppure basterebbe poco per bloccare del tutto, se non invertire, questa situazione paradossale. Per iniziare si potrebbe investire in apparecchiature e formazione di giovani da inserire nei settori strategici e più richiesti. La tecnologia migliora di giorno in giorno e il gap, acquistando prodotti all’avanguardia, verrebbe rapidamente colmato.  Abbiamo bisogno di chirurghi addestrati preparati in settori in rapida crescita. Chirurgia dei tumori, tecniche laparoscopiche, robotica non si improvvisano in pochi giorno ma sono necessari un addestramento ed un esercizio quotidiano. Continuando a pensare solo all’emergenza e assumendo pochissimi giovani, destinandoli a coprire turni di guardia ed impedendo loro di intervenire si innesca un circolo vizioso e perverso per cui chi sa fare qualcosa lo dimentica in breve tempo o non accetta incarichi che gli impediscono di progredire nelle sue competenze. Penso, giusto per fare un esempio tra i tanti, al collega napoletano Tessitore che, giovanissimo (link), è diventato primario neurochirurgo a Ginevra. Dico Ginevra, non un posto qualsiasi. Analogo discorso per le discipline mediche, che pure necessitano di supporto tecnologico
Contestualmente andrebbe rivista la rete ospedaliera sia nella sua composizione che, soprattutto, nella sua struttura. Il comfort alberghiero non è un’opzione facoltativa o una falsa esigenza. L’ammalato non può ammalare di ospedale. Ambienti dove il benessere termico sembra un’eresia con locali iper riscaldati d’inverno ed iper climatizzati d’estate con sbalzi di temperatura tra stanze di degenze, corridoi, vari reparti sono fattori di rischio reali e andrebbero sanati. Anche e soprattutto con la collaborazione di quanti, operatori, visitatori e pazienti, indulgono in comportamenti dannosi e/o proibiti, quali il fumo di sigarette. Sconcerta anche il lasciare cartacce ovunque e annunciare al mondo intero la nascita di una “bellissima bambina”, per la “gioia di mamma e papà” con scritte a pennarello sulle pareti e nelle ascensori, altra area di sofferenza per quanti sono costretti ad attese bibliche.
E ancora andrebbe migliorata e disciplinata l’umanizzazione del rapporto della struttura con l’utente. Troppi litigi e discussioni agli sportelli delle prenotazioni; troppi “pellegrini” itineranti alla ricerca di reparti, ambulatori e medici; poca armonizzazione degli orari delle visite con deroghe non sempre legate a reali esigenze assistenziali.
Termini quali customer satisfaction e risk management dovrebbero entrare nella cultura quotidiana al pari delle competenze scientifiche degli esercenti le professioni sanitarie. Il rapporto con gli altri è difficile, sempre più diventa conflittuale per pretese, spesso ingiustificate, di malpractice ma il paziente, come il cliente, “ha sempre ragione”. Bisogna imparare ad ascoltare, a comunicare, a comprendere il reale significato delle richieste e a prevenire possibili infortuni, specie se potenzialmente letali per il paziente. Ma in questo siamo già uguali al Nord: spesso inadempienti.