Diagnosi in Neurologia

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Riordinando gli scaffali della mia biblioteca ho ripreso in mano un numero di Bioetica, una rivista interdisciplinare, che nel numero del 2010 in mio possesso puntava la sua attenzione su “vent’anni di riflessione bioetica in neurologia” a cura del Gruppo di Studio di Nioetica e Cure Palliative della Società Italiana di Neurologia. A suo tempo evidenziai alcuni passaggi di alcuni articoli di particolare interesse. Uno di questi riguardava le “considerazioni etiche a proposito dell’eccesso diagnostico in neurologia”
Solo in epoca recente la neurologia ha potuto acquisire strumenti utili per una diagnosi precisa. La scarsa accessibilità del cervello, racchiuso nella scatola cranica, fino all’introduzione di tecniche quali la TC e la RMN, vedeva il momento diagnostico legato alla ricerca ed individuazione di segni clinici, peraltro aspecifici e che consentivano una diagnosi di sede ma difficilmente di natura. Solo indagini spesso invasive e non prive di rischi e di disagi consentivano talora di definire meglio le patologie neurologiche. Con l’introduzione del neuroimaging e delle indagini neurochimiche, di biologia molecolare e genetiche hanno consentito una diagnosi neurologica più facile, più precisa e meno invasiva. Resta per lo più immutato il gap tra diagnosi ed opzioni terapeutiche ed in molti si pongono il quesito circa l’opportunità di effettuare indagini quasi sempre costose e talora non esenti da rischio. Non solo, la possibilità di riconoscere una malattia anche decenni prima della sua insorgenza pone problemi etici, psicologici e sociali di non poco conto. Eppure il trend di richiesta di indagini è in costante aumento. Richieste dal paziente indotte anche dalle navigazioni su internet, comportamenti difensivistici in un contesto di elevata litigiosità con richiesta di risarcimento sono solo alcuni degli aspetti di questo fenomeno. Il clima di incertezza nella diagnosi può indurre il medico a richiedere ripetute valutazioni strumentali cui nessuno pone freno, nella difficoltà di assumersi la responsabilità di giungere ad una conclusione e di accettare un certo rischio. Sia il medico che il paziente possono essere a disagio ma sta al medico riconoscere i limiti delle possibilità diagnostiche ed illustrarli al paziente in modo comprensibile.
Ecco quindi nascere l’eccesso diagnostico che si configura in diverse forme:
a) In un senso «debole», in cui si fa riferimento all’uso improprio (abuso) di strumenti di diagnosi, per esempio in situazioni ovvie, in cui essi non sono necessari o indicati.
b) nel senso di un esame che presenta rischi di indurre danni non controbilanciati dal beneficio derivante dalla diagnosi.
c) nel senso «forte» della ricerca consapevole di una diagnosi che di per sé non ha alcun rilievo pratico, per lo meno attuale.