Telemedicina: un’esperienza americana (2/3)

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Telemedicina in USA Seconda parte

Di notevole interesse le applicazioni della telemedicina dedicate agli anziani. L’invecchiamento della popolazione significa crescente domanda di servizi di terapia intensiva, e molti ospedali hanno faticato a tenere il passo. Fino a poco tempo fa, per esempio, l’High Point Regional Health, un’organizzazione no-profit con 350 posti letto in High Point spendeva 2 milioni dollari ogni anno per fornire una copertura 24/7 ICU. “Abbiamo pagato un enorme quantità di denaro per i medici temporanee fuori città, ed i nostri risultati sono stati abissale”, dice Greg Taylor, chief operating officer di High Point. Così nel 2009, High Point ha collaborato con una ditta esterna, l’Advanced ICU Care e ora gli intensivisti operano dal”centro di comando” di St.Louis su pazienti osservati ad High Point con un cruscotto elettronico di otto monitor. Gli specialisti in Missouri possono anche interagire con i pazienti, i familiari e i membri dello staff di High Point, comunicando attraverso un televisore a parete in ogni camera. Taylor stima che l’ospedale ha risparmiato ad oggi circa 4 milioni di dollari, con un calo del 20% nel tasso di mortalità della ICU e il miglioramento in quasi tutte le metriche di qualità monitorati in terapia intensiva. Eppure, mentre alcune ricerche hanno trovato miglioramenti simili, una revisione del 2013 era più critica, sottolineando in particolare un elevato costo da $ 70.000 a $ 87.000 per ogni letto da implementare un sistema di tele-cure intensive
Anche i programmi di “Telestroke”, introdotti dal MGH quasi due decenni fa, sono in crescita , contribuendo ad affrontare una carenza diffusa di neurologi e l’assoluta necessità per il trattamento di vittime di ictus nel giro di poche ore da quando compaiono i sintomi. Coloro cui capita di avere un ictus nei pressi di un centro di socorso avanzato hanno sempre avuto molte più possibilità di recupero rispetto ai pazienti delle zone periferiche. Ma ora, secondo un recente sondaggio, circa 60 ospedali partecipano a programmi di telemedicina, con neurologi presso le stroke unit in grado di parlare direttamente ai pazienti circa i loro sintomi, valutarne le capacità motorie, la visualizzazione di TAC o altre immagini, e quindi fare una diagnosi e prescrivere un trattamento.

Telemedicina: un’esperienza americana (1/3)

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Telemedicina in USA Prima parte

La telemedicina può occuparsi delle cure primarie e di specialità per i pazienti lontani. Quali sono le problematiche che potrebbero rallentarne la sua rapida crescita?. All’interrogativo risponde con una dettagliata descrizione della situazione attuale in America un post pubblicato su doximity.com (link)

Burnout: a rischio i neurologi

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Burnout e neurologia: un’accoppiata a rischio

Molto interessante l’articolo sul burnout pubblicato su Neurology (link), dall’eloquente sottotitolo “a neurological crisis”. Gli autori premettono che la prevalenza di burnout è maggiore nei medici che non in altre professioni ed è particolarmente elevata tra neurologi. Il burnout medico comprende tre caratteristiche:
(1) esaurimento emotivo: perdita di interesse ed entusiasmo per la pratica clinica;
(2) depersonalizzazione: atteggiamento cinico con tendenza a trattare i pazienti come oggetti; e
(3) carriera insoddisfacente: diminuito senso di realizzazione personale con bassa auto stima
Il medico colpito da burnout lavorerà di meno, tenderà al demansionamento, alla depressione e al suicidio. Tale condizione danneggia i pazienti a causa della mancanza di empatia e per la tendenza a commettere errori.
Studi sui fattori motivazionali nei luoghi di lavoro suggeriscono diversi interventi di prevenzione:
(1) Fornire consulenza per i medici sia individualmente che in gruppo con l’obiettivo di migliorare le competenze adattive allo stress e rapidi cambiamenti nell’ambiente sanitario.
(2) Individuare ed eliminare i fattori favorenti i conflitti non necessari quali la cartella clinica elettronica o i mandati assicurativi.
(3) Riprogettare la pratica clinica e ridurre la tendenza a vedere i pazienti in fasce orarie limitate,  favorendo la cultura del team based.
(4) Creare una cultura che promuove l’avanzamento di carriera, il mentoring, e il riconoscimento delle attività realizzate.

Sonno: quando possiamo definirlo sano

Sonno

Il sonno sano aiuta la comprensione di quello patologico

Un articolo pubblicato su Sleep (link) affronta le tematiche relative al sonno fisiologico. Dormire bene è fondamentale per una buona salute. Eppure, per la maggior parte della sua storia,  la medicina del sonno si è concentrata sulla definizione, l’identificazione e il trattamento di problemi di sonno. Salute Il sonno sano è un aspetto che viene utilizzato raramente e ancor meno frequentemente viene definito. E’ tempo di cambiare questo atteggiamento. In effetti, le pressioni della ricerca, cliniche e degli ambiti normativi richiedono che lo facciamo. La salute della popolazione è sempre più definito da attributi positivi, come il benessere, le prestazioni e l’adattamento e non semplicemente l’assenza di malattia. Il sonno sano può essere definito in questi termini. I dati empirici dimostrano varie dimensioni del sonno che sono legati ad indici di salute e che possono essere misurati con self-report e metodi oggettivi. Il concetto di sonno sano è in sinergia con altri programmi di assistenza sanitaria, come la responsabilizzazione dei singoli e della comunità, il miglioramento della salute della popolazione e la riduzione dei costi dell’assistenza sanitaria. Promuovere il sonno sano offre anche al campo della medicina del sonno nuove opportunità cliniche e di ricerca. In questo senso, definire il sonno sano è vitale non solo per la salute delle popolazioni e degli individui, ma anche per la stessa medicina del sonno.

Sleep is critical to health. As we enter new research and health care landscapes, the field of sleep medicine would benefit from having a clear definition not only of sleep disorders and sleep deficits, but also of sleep health. We know enough about sleep to construct such a definition. We know enough about measuring sleep to construct simple self-report and objective metrics. Defining sleep health will advance our science, and promote the health of our patients and the entire population.

Psicologo ospedaliero: impossibile farne a meno

psicologo ospedaliero

Una risorsa insostituibile: lo psicologo ospedaliero

Il recente decreto sugli standard ospedalieri ha letteralmente tagliato fuori la figura dello psicologo ospedaliero. La misura è da ritenere quanto meno inopportuna, per certo dannosa. Non solo e non tanto per la professionalità dello psicologo ma soprattutto per le inevitabili conseguenze negative sui pazienti. Una figura, quello dello psicologo ospedaliero, già di per se sottodimensionata rispetto alle reali esigenze (in Italia si contano circa mille psicologi di ruolo ed altrettanti con contratti a termine finanziati da associazioni di malati). Ancor più sconcertante la mancata risposta del Ministero della Salute alle proteste del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, delle società scientifiche del settore e delle associazioni di pazienti. Allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema è stata lanciata la petizione “non cancelliamo la psicologia negli ospedali” (link) nella quale si legge “disporre di un sostegno psicologico per molti pazienti e per i loro familiari può essere davvero importante, e questo è vero anche per il personale ospedaliero. Lo psicologo ospedaliero può aiutare medici ed infermieri a gestire lo stress ed a relazionarsi meglio con gli utenti. Lo psicologo ospedaliero può promuovere una maggiore e positiva integrazione in diversi aspetti della cura: tra mente e corpo, tra paziente ed operatori, tra cura e relazione, tra aiutare e fornire strumenti di auto-aiuto, tra momenti “riparativi” e occasioni di promozione della salute. Le evidenze mostrano come la psicologia in ospedale sia una risorsa etica e di efficacia, possa contribuire in modo significativo a fare dell’ospedale un luogo più umano e a misura di persona, ad aumentare l’appropriatezza e l’integrazione delle cure, nonché la soddisfazione dell’utente. Inoltre, non si può pensare di dare una risposta di cura soltanto di tipo psichiatrico o farmacologico, perché ciò che sta intorno al malato è una serie di situazioni critiche e problemi articolati e diversi e, nella maggior parte dei casi, non affrontabili efficacemente con un farmaco. C’è inoltre un dato economico importante in tempi di crisi: le attività psicologiche si ripagano con la riduzione dei costi sanitari che comportano, generando ulteriori risparmi per le persone ed il Sistema Sanitario”.  In un’epoca caratterizzata dalla progressiva “disumanizzazione” della persona, con riguardo esclusivo al contenimento della spesa, in condizioni di progressivo impoverimento della popolazione ed aumento dello stress personale per pazienti, caregiver ed operatori professionali lo psicologo assume un ruolo centrale nella difesa del malato come persona, aiutandolo negli aspetti comunicativi e relazionali ed incidendo in maniera positiva negli aspetti terapeutici.  Per non parlare di come lo stress non trattato aumenti i tempi di recupero di varie malattie ed incida anche sul personale che, sottoposto a stress, aumenta la possibilità di errori e quindi di azioni giudiziarie.

 

Pradaxa: c’è da fidarsi?

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Pradaxa: funziona, costa tanto ma non è certo che sia più sicuro

Da anni il British Medical Journal punta i suoi riflettori sulla razionalizzazione e moralizzazione della medicina in tutti i settori, ivi compresa l’industria farmaceutica. In un recente articolo (link) ha condotto un’analisi sul Pradaxa (dabigatran) un nuovo anticoagulante orale che, a parità di efficacia ma ad un costo decisamente superiore, non necessiterebbe di monitoraggio. Indicato in quelle condizioni, quali la fibrillazione atriale, che mettono a rischio il paziente ad eventi acuti quali ictus ed infarto, ha riconosciuto un exploit di prescrizioni e vendite dalla sua introduzione, pochi anni fa, ad oggi grazie soprattutto alla dichiarata maneggevolezza che non richiederebbe l’esecuzione periodica di indagini di laboratorio, altrimenti necessari con il Coumadin o il Sintrom, che servono ad individuare variazioni in eccesso, con aumentato rischio emorragico, o in difetto, con possibili trombosi od embolie.

Vite di scienziati

scienziatiCome di regola in queste occasioni, la stampa internazionale sta fornendo informazioni dettagliate sugli scienziati premiati con il Nobel della Medicina. Vicende umane ordinarie, testimoniano un impegno costante, silenzioso, vissuto in attenta osservazione di fenomeni naturali e nella descrizione dettagliata degli stessi. C’è una foto sul web che mostra i coniugi Moser alle prese con un grosso ratto (link) Forse un topo di campagna, di quella campagna norvegese dove sono nati e cresciuti negli anni Sessanta. Nulla a che vedere con l’Accademia istituzionale. Hanno frequentato lo stesso liceo e la stessa Università e lì hanno stretto quell’alleanza di vita e di lavoro che li ha portati alle scoperte che oggi consentono loro di ottenere mezzo Nobel. A chi li ha intervistati hanno dichiarato che essere marito e moglie è stato un grosso vantaggio. Potevano scambiarsi in tempo reale quelle informazioni e quelle idee che altrimenti avrebbero richiesto riunioni accademiche spesso a lunga scadenza. Anche la storia di John 0’Keefe, vincitore dell’altra metà del Nobel, è singolare. Americano, ma i genitori erano immigrati irlandesi, si laurea a New York, al City College all’incirca negli anni in cui nascono i Moser. Nel 1967 consegue un dottorato di ricerca in psicologia fisiologica presso la McGill University di Montreal e quindi si sposta per la formazione post-dottorato alla University College di Londra, dove è tuttora professore di neuroscienze cognitive, lo stesso college dove per un periodo sono stati suoi ospiti anche i coniugi Moser. O’Keefe si è dichiarato sorpreso del premio, assegnato a lui che in gioventù è passato dagli studi classici all’aeronautica prima di occuparsi di filosofia e psicologia. I tre già l’anno scorso avevano vinto il Louisa Gross Horwitz Prize della Columbia University, premio che spesso prelude al Nobel. Sorprende anche il loro curriculum a proposito della produzione scientifica. Una ricerca su Pubmed evidenzia 23 lavori dal 2002 ad oggi per O’Keefe e 61 per i coniugi Moser nello stesso periodo. A dimostrazione che non è il numero di pubblicazioni ma il loro valore intrinseco quello che dovrebbe consentire il giudizio sull’attività di ricerca scientifica.

Burnout: la malattia degli operatori sanitari

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Burnout: un problema da non sottovalutare.

La sindrome da burnout è un problema di interesse sociale molto importante con una stima, negli Stati Uniti,  del 30% al 40%  di colpiti tra il personale sanitario. Molti aspetti della cura del paziente possono essere compromessi dal burnout. Quando il rapporto che le persone hanno con il proprio lavoro si deteriora le conseguenze sono catastrofiche sulle prestazioni lavorative, sulla qualità della vita lavorativa e sul benessere personale. I medici che hanno il burnout sono più propensi a commettere errori medici, ricevono i punteggi più bassi alle misurazioni di empatia, pianificano di andare in pensione presto e hanno una maggiore insoddisfazione per il lavoro. Questo è associato ad una ridotta soddisfazione del paziente circa le cure mediche e ad una ridotta aderenza del paziente ai piani di trattamento. Questi problemi sempre più richiedono un’attenzione crescente per una migliore comprensione delle cause di esaurimento e per lo sviluppo di soluzioni efficaci. Eventuali risposte efficaci a queste problematiche devono prevedere una rigorosa ricerca multisettoriale, di base ed applicata, mediante l’utilizzo di metodologie sia quantitative che qualitative. La storia della ricerca sul burnout ha assistito ad uno sviluppo notevole. Dagli studi originali, di oltre 30 anni fa, condotti principalmente da psicologi che si concentravano su una gamma più ristretta di occupazioni nei servizi alla persona alla situazione attuale dove i ricercatori provengono da una più ampia gamma di discipline e prospettive ed hanno esteso le ricerche a più tipi di lavoro e in molte nazioni al mondo come testimonia, tralaltro, il numero di pubblicazioni in materia che è aumentato drammaticamente. Attualmente ogni anno vengono pubblicati oltre 1000 articoli di giornale su qualche aspetto del burnout in oltre 100 riviste di tutto il mondo. Se questa, nel complesso, è una buona notizia va anche tenuto conto che nessuno di questi giornali ha un focus primario sulle esaurimento; anzi, è raro che uno di essi dedica anche solo il 10% delle loro pubblicazioni su questo argomento. Quindi, la cattiva notizia è che gli articoli sul burnout sono ampiamente diluiti nel contesto delle riviste in cui compaiono, e quindi tendono ad essere limitati ad una platea più ristretta. Una novità editoriale è rappresentata alla rivista Burnout Research (link) che si prefigge lo scopo di portare una maggiore integrazione e coerenza delle conoscenze nel campo del burnout, con possibilità di accesso più ampio e globale.

Università di Salerno: beati monoculi in terra caecorum?

Università di Salerno
La recente pubblicazione sul Sole 24 ore (link) della classifica degli atenei italiani pone l’Università di Salerno al ventitresimo posto, prima nel Sud. Se la notizia debba essere lusinghiera o meno è giudizio complesso che richiede una riflessione preliminare. Il docente di Letteratura Italiana alla Facoltà di Lettere dell’Università di Napoli Ugo Maria Oliviero in suo un commento alla notizia dichiara “La cultura della valutazione, cui continuamente tutti oggi fanno riferimento, è un argomento delicato, che esige cautela e rigore metodologico, per evitare di dare dati inutili o peggio falsi. Spesso sembra usata per cercare di modificare in modo becero lo stato delle cose, piuttosto che per consentire la crescita di persone e istituzioni. Ovviamente, una valutazione superficiale, o peggio ancora strumentalizzata, ha un costo penalizzante per le strutture, finendo col mortificare l’applicazione e la ricerca seria di chi lavora in quelle strutture. Come tutti sappiamo, valutare in base ai contenuti, con il rischio di sorprese, è faticoso. Meglio le classifiche, che consentono di scegliere, se non il meglio, almeno quello che è di moda“. E’ quindi importante capire quale sia la metodologia seguita per l’aggregazione dei dati. L’impressione è che si siano scambiati cavoli per capre e che si sia trascurato il dibattito in corso circa la scientificità delle “classifiche” (link), problema non trascurabile se si tiene conto delle possibili conseguenze che tale approccio ha: numero di iscrizioni, migrazione culturale, impegno economico delle famiglie solo per citare le più significative. Nella classifica del Sole 24 ore si considerano tre variabili per la ricerca (fondi esterni, ricerca e alta formazione) e nove per la didattica (attrattività, sostenibilità, stage, mobilità internazionale, borse di studio, dispersione, efficacia, soddisfazione e occupazione).  Pur con le limitazioni metodologiche la classifica consente di ricavare alcune informazioni interessanti relative alla Università di Salerno.
Per quanto riguarda la ricerca, Salerno è al sedicesimo posto, prima al Sud. Tale posizione viene raggiunta grazie al

  • secondo posto per la capacità di attrarre fondi esterni per progetti di ricerca,
  • diciottesimo posto nei giudizi ottenuti dall’alta formazione nella valutazione Anvur,
  • trentacinquesimo posto nei giudizi ottenuti dai prodotti di ricerca nella valutazione Anvur.

La posizione relativa alla didattica dell’Università di Salerno è al quarantatreesimo posto, quinta al Sud dopo Bari, Cagliari, Campobasso e Messina. La posizione viene raggiunta per

  • diciassettesimo posto per la sostenibilità ovvero il numero docenti di materie caratterizzanti per corso di studio,
  • diciannovesimo posto per la dispersione, che esprime la percentuale di studenti che abbandonano l’ateneo al secondo anno,
  • ventiquattresimo posto per la percentuale di crediti acquisiti in stage,
  • ventottesimo posto per la mobilità, data dalla percentuale di studenti che hanno acquisito crediti con programmi di scambio,
  • quarantesimo posto la soddisfazione sull’efficacia della didattica valutata dagli studenti,
  • quarantacinquesimo posto per attrattività, ovvero la percentuale di iscritti fuori regione,
  • quarantaseiesimo posto per l’occupazione ovvero il tasso di studenti in cerca di lavoro a un anno dal titolo,
  • cinquantunesimo posto per l’efficacia, che indica la percentuale di studenti che abbandonano l’ateneo al secondo anno (più è alta la percentuale di abbandoni peggiore è la posizione in classifica)
  • cinquantacinquesimo posto per la percentuale di percettori di borse di studio sul totale degli studenti idonei.

Appaiono evidenti alcune aree grigie: solo il 40% degli studenti riesce ad ottenere la borsa di studio cui pure risulta idoneo; oltre 700 studenti (il 15% degli immatricolati) non si iscrivono al secondo anno e quasi 600 (oltre il 12%) cambia facoltà; pochi sono quelli che lavorano ad un’anno dalla laurea e altrettanto pochi sono gli studenti fuori regione che scelgono l’Università di Salerno; sintomatico anche il fatto che solo il 20% delle persone ha risposto ad un questionario di gradimento, con un giudizio non proprio lusinghiero.
Infine il dato relativo alla Facoltà di Medicina. In solo tre indicatori viene descritto il dato separato per ogni facoltà: ricerca, fondi esterni, e alta formazione.
L’alta formazione colloca l’Università di Salerno al diciottesimo posto grazie al buon posizionamento di Scienze matematiche e informatiche (quarta Facoltà in Italia), scienze economiche e statistiche (quattordicesimo posto), scienze fisiche e ingegneria civile e architettura (quindicesimo posto), tuttavia Medicina si colloca al penultimo posto (cinquantacinquesimo) seguita solo da Cassino.
Anche per quanto riguarda la competitività nella ricerca la facoltà di Medicna si colloca al cinquantaduesimo posto, precedendo Cagliari, Trento e la Partenope, laddove le altre facoltà scientifiche si collocano ai primi posti (seconda Scienze matematiche e informatiche, terza scienze agrarie, quinte ingegneria industriale e dell’informazione in uno con scienze dell’antichità).
Migliore la posizione di Medicina per quanto riguarda la qualità della produzione scientifica, quindicesima in Italia e terza al Sud, preceduta solo dalle posizioni di Scienza della Terra, prima in Italia, Ingegneria civile, Scienze chimiche e scienza biologiche.
L’individuazione delle aree “critiche” e una oculata politica di programmazione potrà, si auspica, migliorare le performances non solo dell’Università di Salerno, ma anche della Facoltà di Medicina le cui posizioni di coda sembrano essere più legate alla sua recente istituzione con impossibilità a coprire l’intero arco temporale esaminato che non a reale carenze intrinseche.