Donne medico: ancora poche negli Ordini

donne medicoTerminata la tornata elettorale si ripropongono le problematiche relative agli ordini dei medici. Tra queste la presenza femminile e dei giovani medici. Su 2500 consiglieri le donne medico sono solo il venti per cento (320) con oscillazioni tra “zero” presenze, a Livorno e La Spezia, e il 55%. Nel 77% dei consigli le donne medico sono meno di quattro. Solo sei, su 106 consigli, i presidenti donna (Fermo, Gorizia, Ascoli Piceno, Campobasso, Caserta e Reggio Emilia). Indispensabile un riequilibrio che tenga conto della crescente presenza femminile e che imponga una “rivoluzione culturale” non più demandabile. E se la legge Del Rio impone il quaranta per cento di posti al genere minoritario, maschile o femminile che sia, nelle giunte dei comuni oltre i 3 mila abitanti appare doveroso prevedere una quota rosa nell’ordine dei medici, magari in analogia a quanto fatto per l’Ordine Forense che con la Legge 247/12 recita (art.28, comma 2) “il regolamento deve prevedere, in ossequio all’articolo 51 della Costituzione, che il riparto dei consiglieri da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi. Il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo dei consiglieri eletti. La disciplina del voto di preferenza deve prevedere la possibilità di esprimere un numero maggiore di preferenze se destinate ai due generi. Il regolamento provvede a disciplinare le modalità di formazione delle liste ed i casi di sostituzione in corso di mandato al fine di garantire il rispetto del criterio di riparto previsto dal presente comma”. Al riequilibrio tra generi andrebbe poi aggiunta la possibilità di voto a distanza, per i tanti fuori sede impossibilitati a partecipare alle tornate elettorali, e l’istituzione di più seggi elettorali dove poter votare, dislocati in maniera strategica nella provincia, in relazione alla densità abitativa e alla conformazione orografica, soprattutto in Province come quella salernitana, con grande estensione territoriale.

Ordine dei medici: ha ancora un senso?

Ordine dei Medici

Ordine dei medici: elezioni 2014

La recente tornata elettorale ha riproposto antiche questioni e polemiche in un clima di crescente disaffezione alla partecipazione attiva. Un importante contributo alla confusione in materia è stato dato dalle opposte fazioni, pro e contro l’Ordine dei Medici, con motivazioni che spesso derivano dal fatto che si trascura la storia dell’istituzione ordinistica. Storia che per molti può essere fatta risalire all’epoca imperiale romana, con i Collegia Opificum come connettivo delle figure economiche e intellettuali. Collegia che assumono la forma di Corporazioni dopo il primo millennio e che vengono costituite da medici, avvocati, notai ed altri. Ma è nel 1910 che in Italia viene legiferata (legge 455/1919) la costituzione degli Ordinamenti professionali espressione di uno Sato che disciplina, regola e vigila sulle professioni che svolgono funzioni sociali. Durante il periodo fascista, nel 1935, gli ordini vengono cancellati per essere incanalati nell’alveo del corporativismo (RDL 184/1935). Nel 1938 si afferma il principio del riconoscimento della funzione pubblica delle professioni intellettuali e l’obbligatorietà dell’iscrizione agli albi (legge 897/1398). Tale provvedimento, all’epoca, ebbe valenza discriminatoria, con divieto di esercizio ad ebrei, antifascisti e “devianti”in generale. Nel dopoguerra, con il recupero della democrazia repubblicana, ispirandosi a principi liberali un Decreto del Capo Provvisorio dello Stato n. 233/1946 ricostituisce gli Ordini, estendendoli anche alle professioni che erano state riconosciute e regolamentate durante il fascismo. La situazione attuale, quasi settanta anni dopo, è immodificata. Gli Ordini sono enti pubblici autonomi, vigilati dal Ministero della Giustizia. La loro funzione è quella dell’autogoverno, con il fine di garantire la qualità delle attività svolte dai professionisti; di tenere aggiornato l’albo professionale e il codice deontologico, e garantire la professionalità delle categorie. Inoltre controllano le credenziali richieste dallo Stato per iscriversi all’albo professionale: il possesso del diploma di laurea, il superamento dell’esame di abilitazione alla professione, la cittadinanza, la buona condotta, l’incompatibilità con altre professioni. Non si tratta di un istituto solo italiano ma altre nazioni (Belgio, Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Spagna) hanno ordinamenti e procedure di accesso simili. Diverso è l’ordinamento nei paesi anglosassoni dove la natura e l’ordinamento dell’esercizio professionale si ispira ad altri principi-
L’opportunità o meno del mantenimento degli Ordini professionali è il terreno di scontro più serrato. Limitandosi alla professione medica in molti si chiedono per quale motivo una persona che ha superato l’esame di laurea e di abilitazione debba essere iscritto all’Albo che, in sostanza, si limita ad incassare una quota di iscrizione e poco altro. In difesa dell’istituto ordinistico viene fatto osservare che eliminando l’Ordine dei Medici gli unici beneficiari sarebbero i grandi gruppi economico finanziari, finalmente liberi da ogni controllo. In realtà occorrerebbe una riforma strutturale dell’Ordine, delle loro competenze e delle modalità di elezione dei componenti il Consiglio. Tanto più se si considera che dal 46 ad oggi il tessuto sociale è cambiato: da una società prevalentemente agricola, ad una società industriale, quindi post industriale e, allo stato attuale, di servizi in un contesto di crisi economica. Se settanta anni fa la funzione principale era quella di rappresentare e garantire le professioni intellettuali, privilegiando la difesa della prestazione, garantendo al committente (paziente) un servizio qualificato e al medico la sicurezza di un esercizio professionale esclusivo allo stato le sfide sono differenti. Aggiornamento professionale continuo, figure professionali emergenti e ridefinizione di ruoli e competenze di quelle tradizionali, crescente prevalenza di professioniste donne, aumento dell’età media della popolazione medica attiva, blocco del turnover e difficoltà di accesso delle nuove generazioni, elevato contenzioso sono le principali, ma non esclusive, problematiche.
La fotografia della rappresentanza ordinistica italiana, così come emerge dall’esame della composizione dei consigli uscenti e di quelli già eletti vede, ancora una volta, una prevalenza di medici anziani e maschi, con una percentuale di partecipazione molto bassa, al limite della validità prevista dalla legge, con modalità di elezione da rinnovare. Non si comprende come sia possibile che si voti ancora in una sede unica, senza possibilità di voto a distanza per quanti, e non sono pochi soprattutto tra i giovani, lavorano fuori regione. La normativa delle elezioni andrebbe riformata in tal senso, magari ponendo anche una proporzionalità di eletti in relazione al genere, un limite massimo di mandati per i quali si può essere eletti (due, al massimo tre) e l’obbligo di rinnovare almeno un terzo del consiglio ad ogni tornata.