Adriano Chiò: the constant collector

chiò“Pochissimi e poco noti sono li veri medici”, sosteneva Giordano Bruno. Se avesse conosciuto Adriano Chiò lo avrebbe inserito a pieno titolo nel novero dei veri medici. Per intanto a riconoscere i suoi meriti ha provveduto Lancet Neurology (link) con un articolo a lui dedicato. Chiò è uno dei massimi esperti internazionali sulla sclerosi laterale amiotrofica (SLA), contribuendo e lavora a Torino alle Molinette. Ricevere la pubblicazione del profilo su Lancet è evento raro riservato a pochi ricercatori e, per quanto riguarda l’Italia, si tratta della seconda volta in assoluto.  Chiò ha scoperto, tra l’altro, l’aumentato rischio di SLA nei giocatori professionisti, dato confermato anche in altre ricerche, e sta attivamente lavorando nel tentativo di comprenderne a pieno la ragione, in prima ipotesi l’aumentata incidenza di traumi. In un altro lavoro epidemiologico ha dimostrato come i pazienti affetti da SLA presentino caratteristiche cliniche e prognostiche distintive e facilmente distinguibili, in base all’età e al sesso. Da questa osservazione si è arrivati alla identificazione della mutazione genetica C9orf72, identificata nel 6-10% dei pazienti con la sclerosi laterale amiotrofica. La mutazione è presente anche nel 10-15% dei pazienti con demenza frontotemporale. L’amore di Adriano Chiò per il suo lavoro si esprime nel costante interesse verso la scienza, un punto fermo nella vita dell’esperto fin dagli anni della scuola, e nell’attenzione verso ogni singolo paziente e la sua malattia. “Ognuno di loro insegna qualcosa di diverso riguardo alla sua malattia ma anche riguardo alle caratteristiche della sua personalità”. Come sottolineato nell’articolo di Lancet Neurology una “mente vulcanica e brillante e una non comune passione per il lavoro e un carattere aperto che gli ha permesso di conquistare la fiducia di molti clinici e ricercatori italiani”.

“But when I was in my last year of high school I was very interested in biology, and also very interested in humanity, so I thought becoming a doctor allowed me to combine both my interests. My father was always very happy and maybe subconsciously he taught me that it is beautiful to be a doctor. And he was right: it is.”

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