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La Giustizia non può attendere, la Salute si

In un precedente post segnalavo come, in caso di emergenza,i civilissimi Stati Uniti ricorressero alla realizzazione di Ospedali da campo. Ritenevo e ritengo ancora, che una soluzione del genere potesse essere adottata in Italia. Ancor di più quando scopro che a Bari, causa inagibilità del Palazzo di Giustizia sia stato adottato il provvedimento di amministrare la Giustizia sotto le tende montate allo scopo nel parcheggio del Tribunale. Al di là delle inevitabili polemiche e delle speculazioni sull’argomento resta il principio che quando si vuole si può cercare di affrontare le emergenze in maniera più efficace di quanto non sia ora. Soprattutto in un settore come quello della Sanità, che non può attendere tempi biblici per risolvere i problemi delle persone richiedenti assistenza.

influenza

Basta poco, che ci vuole a combattere l’influenza?

In tutto il mondo l’epidemia di influenza sta mettendo a dura prova i servizi sanitari. Non solo quelli dei paesi più poveri, ma anche e soprattutto quelli dei paesi “ricchi”-

La cronaca racconta di ospedali che chiudono i ricoveri in elezione, di sospensione di interventi chirurgici non urgenti, di misure estreme per contenere il fenomeno dell’elevato accesso nei Pronto Soccorsi.

Intelligente, economica ed efficiente la soluzione adottata in molti ospedali americani: se c’è un’emergenza, le soluzioni sono indifferibili. Se non ci sono ospedali e posti letto in muratura sufficienti si faccia ricorso a presidi noti, in uso e collaudati. Se in guerra si costruiscono ospedali da campo utilizzando le tende, se la lotta contro il nemico influenza è una guerra, allora si utilizzino le tende.

Resta da chiedersi perché nessuno in Italia abbia mai pensato alla stessa soluzione. Da anni mi affaccio dalle finestre dell’Ospedale, vedo ampi spazi a disposizioni e fantastico, esprimendo il mio pensiero, sulla possibilità di piantare una tenda in quelli spazi. Ne avessi la possibilità lo avrei già fatto.

Emergency Frailty Unit: quando l’anziano fragile va in ospedale

Emergency Frailty Unit

Emergency Frailty Unit: una risposta operativa ai problemi dell’anziano fragile

Tra gli aspetti che caratterizzano l’invecchiamento demografico un elemento di non trascurabile entità è quello relativo al numero crescente di persone anziane che avranno accesso ai servizi di emergenza (PS). In passato la ricerca si è poco concentrata sui bisogni degli anziani in PS e non ci sono state osservazioni sulla valutazione geriatrica globale (CGA)  all’interno dei PS. Uno studio di coorte pubblicato su Age and Ageing (link) ha valutato l’impatto dell’introduzione della CGA all’interno di un grande PS nelle East Midlands, in Gran Bretagna. L’outcome primario era la dimissione dal PS, mentre le riammissioni, la durata del soggiorno e l’uso del day hospital rappresentavano gli esiti secondari. Durante lo studio le presenze degli anziani in PS è aumentata mentre il tasso di persone di 85 e più anni è sceso al 69,6-61,2% con tasso di riammissione a 90 giorni sceso dal 26,0% al 19,9%. L’uso del day hospital è lievemente aumentato, come pure la lunghezza media del soggiorno. Gli autori concludono che la costituzione di un Emergency Frailty Unit con applicazione di metodiche di valutazione standardizzate è associata a miglioramenti significativi nei risultati operativi. Come gli stessi autori affermano le limitazioni metodologiche dello studio di progettazione utilizzato per la valutazione del servizio, e la mancanza di risultati dettagliati dei costi per paziente e del servizio significano che è troppo presto per aspettarsi che questi risultati siano generalizzabili; indubbiamente sono necessari valutazioni più consistenti. Tuttavia, nel contesto di una popolazione che invecchia e di contrazione dei bilanci sanitari, i servizi hanno bisogno di riesaminare il modo in cui operano e considerare come fare le cose in modo diverso. L’intervento precoce per le persone anziane e fragili può offrire benefici per i pazienti e i servizi.

The ageing demographic means that increasing numbers of older people will be attending emergency departments (EDs). Little previous research has focused on the needs of older people in ED and there have been no evaluations of comprehensive geriatric assessment (CGA) embedded within the ED setting. A pre-post cohort study of the impact of embedding CGA within a large ED in the East Midlands, UK. The primary outcome was admission avoidance from the ED, with readmissions, length of stay and bed-day use as secondary outcomes. Attendances to ED increased in older people over the study period, whereas the ED conversion rate fell from 69.6 to 61.2% in people aged 85+, and readmission rates in this group fell from 26.0% at 90 days to 19.9%. In-patient bed-day use increased slightly, as did the mean length of stay. In conclusion it is possible to embed CGA within EDs, which is associated with improvements in operational outcomes.

Un modello possibile di dipartimento per l’emergenza

Un interessante articolo su come si potrebbe organizzare il dipartimento di emergenza è stato di recente pubblicato sul British Medical Journal (link). L’emergenza medica è una problematica complessa, in espansione, capace di risucchiare una quantità smisurata di risorse umane, strumentali ed economiche. L’autore suggerisce, per l’Inghilterra,  che i dipartimenti di emergenza ospedaliera devono essere rimodellati entro i prossimi cinque anni per distinguere tra centri di emergenza più piccoli e quelli più grandi che dovrebbero curare i pazienti con più gravi esigenze. Viene altresì proposta una maggiore integrazione con il territorio al fine di garantire una migliore assistenza in relazione alle problematiche reali della persona.  Interessanti le repliche (link) “Il pubblico ha bisogno di essere rieducato ……  Si ricorda che l’educazione non è così facile. Senza mancare di rispetto ai pazienti, di cui io sono uno, la pletora di servizi è così confuso che un paziente, forse in uno stato di panico, sarà non sa quale numero di telefono dovrebbe comporre. In secondo luogo, i servizi sono chiusi o trasferiti o riconfigurati, la confusione viene ancor più confusa. In terzo luogo, le prime fasi di una grave malattia possono presentarsi come un brutto attacco di influenza”. E ancora,  “come la sanità diventa sempre più insostenibile per una popolazione che invecchia con l’aumento delle malattie, solo un’azione di disturbo con una corretta educazione sarà sufficiente. Una strategia sanitaria comunitaria pienamente coordinata con i servizi ambulatoriali e ben tenuta vicino alle case dei pazienti farà la differenza, ma il viaggio verso questa destinazione sarà difficile in quanto comporterà la chiusura degli ospedali e la riconfigurazione di molti servizi. Questo è un primo passo molto positivo, ma non deve essere compromessa da scarsa istruzione”. In pratica gli stessi problemi dell’Italia.

L’infermiere del 2000

 

Proseguendo il precedente post sull’argomento (link) la bozza di riordino della professione infermieristica presentata dal Ministero individua come aree di assistenza il territorio, l’emergenza-urgenza, l’area chirurgica, l’area pediatrica e l’area salute mentale e dipendenza.
I punti che hanno suscitato scalpore e perplessità sono molti. Nell’area Cure primarie l’utilizzo di strumenti standardizzati per l’identificazione precoce di possibili stati patologici (medicina di opportunità e di iniziativa), il monitoraggio delle condizioni di stabilità della persona cronica, il trattamento in autonomia di problemi specifici sulla base di percorsi clinico assistenziali o protocolli condivisi, la prescrizione in base a procedure e criteri condivisi di presidi e ausili a supporto della dipendenza/non autosufficienza, l’impiego di ecografo e altri strumenti di diagnostica semplice, l’organizzazione di campagne vaccinali, la realizzazione in collaborazione con gli insegnanti delle scuole di specifici programmi di educazione alla salute. Nell’area dell’Emergenza la possibilità di riconoscere le principali alterazioni metaboliche, respiratorie e cardiache nel paziente acuto, la gestione efficace e in sicurezza di casi non critici,  la gestione della terapia su protocolli concordati, le suture di ferite, il follow up post-intensivo anche nel long term dopo la dimissione a domicilio.
Come si può leggere dal documento presentato i punti sono tanti e molte saranno le cose da definire. In maniera prioritaria la titolarità della responsabilità dell’atto medico.

La crisi dei Pronto Soccorso

L’attenzione sulle problematiche dei Pronto Soccorso si mantiene sostenuta, specie in queste giornata di emergenza non solo climatica. Interessante l’inchiesta di Quotidiano Sanità (link) che evidenzia elementi drammatici. “La situazione è “drammatica” nei pronto soccorso del Cardarelli di Napoli, del San Camillo di Roma e delle Molinette di Torino. Barelle ovunque, personale costretto a ritmi impossibili e attese estenuanti per i pazienti. Mancano i posti letto ma, al contempo, accrescono i numeri degli accessi soprattutto per le chiusure dei pronto soccorso degli ospedali vicini. Barelle parcheggiate nelle corsie al Cardarelli, pazienti curati a terra al San Camillo ed ancora barelle anche nei ripostigli alle Molinette. Ed è cronaca di oggi l’allarme tilt anche nel pronto soccorso dell’ospedale Galliera di Genova”. Duecento pazienti in barella al Cardarelli, mentre a cento metri un intero Policlinico non accetta ricoveri in urgenzo. Cinquecento posti letto tagliati al San Camillo-Forlanini di Roma. E per un ricovero si può aspettare anche quarantotto ore. Tagli anche alle Molinette: il venti per cento dei posti in dieci anni.

E se cominciassimo a ripensare, sul serio, all’Ospedale del futuro, integrato in un servizio di assistenza territoriale funzionale? Quanti ricoveri potrebbero essere evitati? quante persone potrebbero tornare prima a casa o in residenze assistenziali?

Se questo è un ospedale

Succede al San Camillo, Roma. Succede in tanti Ospedali in Italia. A bilanci sempre più disastrosi corrisponde un altrettanto disastroso soddisfacimento dei bisogni di salute. Un’emergenza continua che non sembra finire mai. In tutte le Regioni, a prescindere dal colore della giunta. Le parole di denuncia del responsabile della Sanità Laziale sono traslabili a tante altre situazioni: “la situazione in cui versa il Pronto Soccorso del S. Camillo ha superato il limite della vergogna. Oggi ho incontrato i medici della struttura, in agitazione da giorni per denunciare condizioni intollerabili in cui da mesi sono costretti ad operare, pericolose per la salute dei pazienti. Mi hanno comunicato che, se non saranno presi provvedimenti immediati, presenteranno a breve una denuncia alla Procura della Repubblica per interruzione di servizio pubblico d’emergenza, omissione di atti d’ufficio e disastro colposo. Nel giro compiuto insieme ai medici ho verificato che il loro grido d’allarme è più che giustificato. Ci sono delle foto su www.pdregionelazio.it sito del Gruppo Pd alla Regione Lazio che spiegano ciò che accade, meglio di qualsiasi parola. I malati vengono curati su materassi in terra. Addirittura si fanno i massaggi cardiaci con i pazienti stesi sul pavimento. A questo livello di degrado e abbandono la sanità del Lazio non era mai arrivata. Credo che la politica debba assumersi le proprie responsabilità, prima che sia costretta ad intervenire la Magistratura. Occorre mettere in campo soluzioni d’emergenza, assumere il personale necessario o utilizzare quello in mobilità, ricavare nuovi spazi di ricovero utilizzando per esempio i 20 posti letto predisposti per i rifugiati libici. Torno a chiedere a questa maggioranza, tanto sorda quanto responsabile dello sfascio in atto, di convocare un Consiglio straordinario sulla sanità. Prima che la disperazione dei medici costringa la magistratura a intervenire”.

Neurologia transculturale

Pubblicato su Annals of Neurology un articolo molto interessante (link) circa la formazione degli specialisti in neurologia nelle varie parti del mondo.
Uno degli autori racconta la sua esperienza formativa in India presso il Nizam’s Institute of Medical Sciences. Con sua grande sorpresa evidenzia come il mondo della neurologia in India sia diverso da quello degli Stati Uniti. Ai primi dieci posti non c’è nessuna delle malattie “americane”. Le crisi epilettiche sono raramente accompagnate da una RMN “pulita”, l’esordio della malattia è drammatico, l’ictus è più frequentemente associato con cause diverse dalla malattia aterosclerotica. Le malattie contagiose sono dilaganti e gravi.
Ma la differenza fondamentale consiste in quella fra ritmo e mentalità di formazione. Anche se negli Stati Uniti a volte sembra onerosa l’assistenza ai pazienti in terapia intensiva, in India, il numero di casi neurologici è ampio e assai variabile. Questo consente lo sviluppo di un livello enorme di esperienza clinica. Tuttavia, si ha poco tempo per approfondire le questioni più accademiche sulla fisiopatologia e di leggere la letteratura. Negli Stati Uniti la situazione è molto diversa, il ritmo è tale che è possibile la discussione scientifica, anche se la gran parte si concentra su un universo di processi patologici un pò più piccolo.

Chi soccorre il Pronto Soccorso?

Lacci e lacciuoli burocratici stanno appesantendo i Pronto Soccorso degli Ospedali italiani. Come se non bastassero i numeri di accessi, a Salerno circa centomila per anno, nuove norme allungano a dismisura il tempo da dedicare agli adempimenti burocratici. In uno rapporto pubblicato dallo S.P.E.S.,  Sindacato Professionisti Emergenza Sanitaria, “Libro bianco della burocrazia certificatoria del medico di pronto soccorso”, è stato calcolato che queste incombenze impegnano a tempo pieno un’unità medica. Nel documento vengono elencati gli obblighi in pronto soccorso: compilazione della scheda INAIL, certificato INPS, scheda per il pagamento del ticket di PS, selezione dei pazienti soggetti al pagamento delle prestazioni sanitarie, referto all’Autorità Giudiziaria, denuncia di malattia infettiva, scheda NYhS (in alcune regioni), segnalazione di effetti avversi da farmaci, segnalazione di caduta, attestazione di presenza di accompagnatori, consenso informato, correzione postuma di dati anagrafici o clinici, trascrizione su supporto informatico di cartelle cliniche, invio di fonogrammi periodici alla C.O. del 118, controfirma dei verbali di presa in carico dei valori, controfirma delle schede di somministrazione di Sali di potassio e.v., scarico degli stupefacenti, scheda di allontanamento del paziente, schede di richiesta posto letto ad altri Ospedali. nonchè compilazione moduli cartacei inerenti l’attività clinica.
Anche se molti adempimenti sono già “consolidati” e non riguardano tutti gli accessi il problema scaturisce dai nuovi obblighi (vedasi verifica requisiti dell’esenzione ticket o trasmissione telematica dei certificati di malattia) e dalla totale assenza semplificazione burocratica proprio nel settore delicatissimo dell’emergenza sanitaria.

Se Atene piange Sparta non ride

La tragica morte della giovane ventitreenne e delle due gemelline di cui era incinta ha scatenato l’inevitabile coda di polemiche. Fermo restante il doloroso sentimento di lutto per l’evento non si può non riconoscere come ad uscirne ancora una volta sconfitta sono la sanità campana e, per estensione, noi tutti. Delle polemiche innestate appare significativa quella del sindaco di Scafati (cittadina in cui si sono svolti gli eventi) che ha chiamato in correità anche gli altri ospedali della provincia, ivi compresi quelli in predicato di chiusura o salvati dall’incorporamento con il Ruggi d’Aragona (Cava, Curteri, Da Procida e Castiglione).
Tra l’altro il sindaco ha denunciato ai Carabinieri:

  • “La maggior parte degli ospedali della provincia di Salerno è a rischio“;
  • “non rispondono ai requisiti minimi strutturali le sale operatorie dell’ospedale di Pagani nonché quelle del primo, del terzo e del quarto piano dell’ospedale di Nocera Inferiore”;
  • “mancano i requisiti anche per il funzionamento dei reparti di rianimazione ed emodinamica dell’ospedale di Nocera Inferiore e della farmacia della struttura di Pagani”;
  • “l’ospedale di Cava de’ Tirreni non rispetta le caratteristiche strutturali, ad esempio, per quanto riguarda l’altezza delle sale operatorie, della farmacia e del laboratorio analisi, richieste dalla regione Campania. Inoltre manca la distinzione dei percorsi tra personale sanitario, pazienti e visitatori”;
  • “l’ospedale di Sarno non è in possesso di autorizzazione allo scarico nelle fogne, che manca a tutti gli ospedali dell’Asl di Salerno, ad eccezione della struttura scafatese”;
  • “gli ospedali di Mercato San Severino, Eboli, Battipaglia, Oliveto Citra, Roccadaspide, Vallo della Lucania e Sapri mancano dell’autorizzazione all’esercizio delle attività sanitarie ospedaliere”.
  • Il vaso di Pandora sembra volersi scoperchiare !!!