Torneremo alla tessera annonaria?

Ogni giorno che passa lo scenario economico finanziario dell’Italia si fa sempre più cupo. Il termometro dello spread sale in maniera vertiginosa, le Autorità competenti lanciano allarmi sempre più inquietanti, il Governo carioca (giallo-verde) butta acqua sul fuoco minimizzando i presagi di sventura e sostenendo la fattibilità delle iniziative, già promesse elettorali.

Cosa succederà? Difficile saperlo. Nella peggiore delle ipotesi una marea di pensionamenti non verrà compensata da una pari entrata nel mondo del lavoro di giovani disoccupati. Il reddito di cittadinanza assume contorni ambigui, più che una misura assistenzialistica ai poveri sembrerebbe una misura di assistenzialismo alle imprese che assumeranno sì una persona beneficiaria del sussidio di povertà ma perché  avranno la possibilità di trattenere la quota che spetterebbe alla persona disoccupata. Lascia perplessi il fatto che quest’ultimo aspetto non sia poi tanto diverso dal Jobs Act di Renzi, tralaltro contrastato proprio dai Cinque Stelle e addirittura con un importo inferiore (5-6 miliardi in tre anni, rispetto ai 18 del passato).

Sempre a proposito del reddito di cittadinanza, la cui esposizione ha raggiunto livelli tragicomici, non si capisce come sia possibile controllare che sia un effettivo sostegno alle fasce povere della cittadinanza e in nome di cosa si voglia impedire il libero arbitrio di scegliere come destinare il fondo a loro destinato. Appare discriminante impedire le “spese immorali”, tanto più quando niente si fa per ostacolarle nelle categorie con autonomia economica. La lotta alle dipendenze, fisiche e mentali, non dovrebbe avere un “gradino” economico.

Su tutto il timore che la Nazione intera possa impoverire in misura tale da dover ricorrere in massa a misure di sostentamento che da oltre sessanta anni non sono più in opera: la tessera annonaria, triste esperienza che hanno conosciuto i nostri genitori e i nostri nonni e che non vorremmo mai più vedere.

Elena Cattaneo: semplicemente “brava”

CattaneoDall’Espresso del 2 aprile 2015:
“Nature” l’ha salutata con un “Brava Elena”, attribuendole, giustamente, la vittoria nell’affaire Stamina. Ma Elena Cattaneo è molto di più. Scienziata dell’Università di Milano, seduta su una pila di riconoscimenti internazionali, è stata nominata da Giorgio Napolitano senatore a vita. Ed é convinta che educare la politica alla scienza sia la mossa vincente. Ma non solo. (non guasterebbe cominciare con l’educare la politica all’onestà).
Spesso i comportamenti degli italiani non tengono conto del risultati della scienza. Perché?
“Scienziati e media comunicano il “risultato”, trascurando il processo, il percorso che ha condotto a quel risultato. Cosi i cittadini sono privati della necessaria consapevolezza per comprendere che una cura, ad esempio, non é “un coniglio che esce dal cilindro”. Si predilige una comunicazione fatta di “narrazioni umorali” anche quando si trattano temi che obbligherebbero ad ancorarsi ai fatti. (Spesso la motivazione di questa “comunicazione” sta in altro: il business system). La scienza non può che dire come stanno le cose, anche quando è doloroso; i ciarlatani, al contrario, promettono miracoli (che ogni volta si dissolvono nel nulla). Questo rende la scienza debole, a prima vista, agli occhi di un pubblico che ha una dieta mediatica composta essenzialmente di grandi miracoli o grandi catastrofi.” (Un popolo “ignorante” può essere manipolato meglio).
Non è che i politici sono più oscurantisti degli italiani?
“Cosi come vi sono alcuni aperti e interessati, vi sono pure parlamentari che su temi scientifici sarebbero pronti a approvare qualunque legge sulla scorta del sentito dire e senza alcun indispensabile approfondimento tecnico. Molti non hanno alcuna idea di cosa sia la sperimentazione animale, ma chiedono che sia abolita; non hanno idea di come si arrivi a identificare un trattamento per una malattia umana e non capiscono la differenza tra i ciarlatani e la medicina. (i parlamentari sono lo specchio fedele di chi li ha votati, oscurantisti in pari misura). Ci sono persino parlamentari che, ribaltando la realtà delle cose, cercano di far passare lo scienziato come “persona con pregiudizi”, ad esempio semplicemente perché si avvale delle prove della scienza per argomentare a sostegno dell’innocuità di specifici Ogm. Sta al cittadino orientarsi verso rappresentanti in grado di comprendere e includere le conquiste fatte per tutti nelle scelte per it Paese.” (In realtà esistono anche persone con pregiudizi che pretendono di definirsi scienziati. Anche su questi bisognerebbe lavorare).
La comunità scientifica in Italia è meno capace di influenzare il dibattito pubblico di quanto non lo sia in altri paesi. Perché?
“Quel che fa più male è quando lo scienziato addirittura si autolimita perché teme che la sua esposizione pubblica possa nuocere alla carriera, ai finanziamenti o semplicemente alienare simpatie politiche. (La comunità scientifica dovrebbe trovare il suo pascolo naturale nell’Università, che spesso è occupata da lupi travestiti da pecore). Ma bisogna dire che nel paese manca un’educazione, anche politica, che ritenga necessario, come avviene in democrazie avanzate, l’ascoltare con serietà massima i dati empirici dei fenomeni, prima di fare scelte decisive per la società. La classe politica troppo spesso ha mostrato di seguire furbescamente il richiamo “della pancia delle piazze” piuttosto che onorare con senso di responsabilità il proprio compito. primo fra tutti quello di conoscere prima di deliberare. (Sante parole).
La fiducia nelle lstituzioni nel nostro paese è debole. E le Istituzioni scientifiche sembrano vittime di questo handicap di contesto.
“È necessano che ciascuno svolga il proprio lavoro al massimo della propria professionalità, cercando le evidenze e stando lontani dalle convenienze. Così si recupera fiducia. (It’s a long way to Tipperary). Ciascuna Istituzione Scientifica deve aprirsi alla comunità e senza timori mostrarsi per quel che quotidianamente fa per la collettività. Lo Stato deve poi impegnarsi anche con risorse a rilanciare la formazione e le attività in materie ad alto tasso di scientificità. (Troppi scheletri negli armadi). Bisogna preservare almeno la ricerca pubblica di base, rilanciare un patrimonio di conoscenza che ancora sopravvive, ma che se non difeso potrebbe definitivamente depauperarsi in pochi anni, “bruciando” molta più speranza per il futuro di quanto si possa immaginare”.

La Governance Globale per la Salute

Pubblicata su Lancet (link) un’inchiesta realizzata in collaborazione con l’Università di Oslo dalla quale si evince che il potere politico non riesce a proteggere la salute pubblica. Nonostante i grandi guadagni in salute nel corso degli ultimi decenni, la distribuzione dei rischi per la salute a livello mondiale rimane estremamente irregolare e inaccettabile. Anche se il settore sanitario ha un ruolo fondamentale per affrontare le disuguaglianze sanitarie, i suoi sforzi spesso entrano in conflitto con potenti attori globali interessati nel perseguimento di altri interessi come la tutela della sicurezza nazionale, la salvaguardia della sovranità o obiettivi economici. La Commissione sulla governance globale per la salute esamina le disparità e la dinamica in una vasta gamma di settori che riguardano la salute e che richiedono una migliore governance globale. Questi includono le crisi economiche e le misure di austerità, la conoscenza e la proprietà intellettuale, i trattati sugli investimenti esteri, la sicurezza alimentare, l’attività d’impresa transnazionale, l’immigrazione irregolare e i conflitti violenti.

Despite large gains in health over the past few decades, the distribution of health risks worldwide remains extremely and unacceptably uneven. Although the health sector has a crucial role in addressing health inequalities, its efforts often come into conflict with powerful global actors in pursuit of other interests such as protection of national security, safeguarding of sovereignty, or economic goals. The Commission on Global Governance for Health examines power disparities and dynamics across a range of policy areas that affect health and that require improved global governance. These include economic crises and austerity measures, knowledge and intellectual property, foreign investment treaties, food security, transnational corporate activity, irregular migration, and violent conflict.

La salute in tempo di crisi

Pubblicato dall’ISTAT (link) il rapporto sulle condizioni di salute della popolazione e sulla risposta dell’assistenza sanitaria ai bisogni di salute. L’indagine, condotta dall’Istat con il sostegno del Ministero della Salute e delle Regioni, dal titolo “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari” fornisce un quadro allarmante. Nel periodo preso in esame (Settembre-dicembre 2012) sono stati analizzati i comportamenti relativi alla salute e all’utilizzo dei servizi sanitari tenendo conto delle caratteristiche demografiche e socio-economiche dei cittadini. Dalle informazioni raccolte sono stati costruiti indicatori su condizioni di salute e qualità della vita, presenza di disabilità, stili di vita, prevenzione,ricorso ai servizi sanitari e livello di soddisfazione, rinuncia a prestazioni sanitarie, uso dei farmaci. Ne scaturisce la possibilità di individuare quale sia la popolazione a rischio; studiare le disuguaglianze nella salute e nell’accesso ai servizi; conoscere i profili degli utilizzatori dei servizi sanitari e le modalità di fruizione. Integrando con tali informazioni le fonti di dati amministrativi è possibile arricchire la base informativa necessaria per la pianificazione socio-sanitaria e la promozione della salute pubblica, sia a livello nazionale che a livello locale. Tra i dati emergenti:

  • stanno bene i due terzi della popolazione, male il 7,7%;
  • gli anziani, soprattutto se del Sud stanno peggio, anche sotto il profilo psicologico;
  • aumenta il consumo sanitario ma con riduzione della spesa odontoiatrica e dietologica;
  • il livello di soddisfazione per il servizio sanitario pubblico è sufficiente (in una scala da 1 a 10), maggiore al Nord, inferiore al Sud;
  • tra le donne prevale la multicronicità, tra gli uomini le malattie croniche gravi;
  • c’è una lieve riduzione del ricorso al ricovero ospedaliero;
  • il 10% della popolazione ha rinuciato ad una qualche prestazione sanitaria

Quest’ultimo rappresenta il dato più allarmante. Sei milioni di persone  rinuciano a cure pure importanti, di questi la metà per motivi economici, seguono i problemi di offerta (liste di attesa troppo lunghe o orari scomodi per l’appuntamento o difficoltà a raggiungere la struttura) gli impegni di lavoro o familiari e altro. A rinunciare sono più spesso le donne (i due terzo)specie se vivono al Sud e sono nella fascia 45-64 anni. Anche la disoccupazione gioca il suo ruolo, oltre il 20% dei rinuciatari si trova in tale condizione. Per quanto riguarda il territorio, al Sud si rinuncia per motivi economici, al Centro per problemi legati all’offerta.

Disease Mongering e sovradiagnosi

(0sservatorionazionalescreening.it)

La nostra è una società edonistica in cui tutti devono essere belli, giovani, prestanti, sempre sani e pronti a curarsi anche prima che le malattie compaiono. Ecco quindi un fiorire di consigli, raccomandazioni, interventi preventivi. Si finisce con il diagnosticare malattie prima ancora che compaiono o a ritenere tali disturbi che non esprimono nessuna modificazione reale di parametri normali. Disease mongering e sovradiagnosi sono i termini che meglio esprimono la situazione. Il primo assume la valenza di un’operazione puramente pubblicitaria per introdurre l’utilizzo di una qualche sostanza o allargarne l’applicazione. In quanti ricordano la spasmofilia? Quanti sono rimasti perplessi nella progressiva revizione dei valori pressori definiti alti? e tanti altri sono gli esempi possibili. Ma è la sovradiagnosi ad assume aspetti ancora più sconcertanti. Come è possibile, in un epoca di crisi economica galoppante aumentare ad arte il fabbisogno di salute e la spesa conseguente. Un fabbisogno di salute che, con Gianfranco Domenighetti nell’introduzione al libro Sovradiagnosi di G.Welch pubblicato da Il Pensiero Scientifico, nasce da un “Involuzione” dell’opinione comune: un tempo le persone chiedevano di essere curate perché si sentivano ammalate, oggigiorno si incoraggiano le persone soggettivamente sane a sottoporsi a tutta una serie di esami diagnostici preventivi per rassicurarle di non essere «ammalate». Il complesso medico-industriale ha sviluppato tecnologie in grado di identificare le più piccole anomalie, ha modificato le soglie che definiscono la «normalità» e «creato» nuove malattie. La grande maggioranza di queste «anomalie» o pseudo-malattie scoperte in persone soggettivamente sane sono inconsistenti, cioè non daranno sintomi o problemi nel corso della vita”.

La top ten degli ospedali

Pur nel marasma generale e sottoposta a critiche motivate prende vita una prima iniziativa di classificazione della qualità degli ospedali italiani. Sono molte le perplessità sull’argomento: dalla definizione del concetto di qualità, ai parametri seguiti per la sua applicazione alle singole realtà passando attraverso considerazioni di importanza fondamentale quali le risorse economiche e umane a disposizione, la collocazione territoriale delle singole strutture e via discorrendo. Anche per un medico riesce difficile orientarsi e si teme che iniziative come queste accelerino dinamiche a volte irrazionali, quali la migrazione interregionale, laddove la stessa assistenza, con la stessa qualità e a costo diretto e indiretto inferiore si può trovare nel proprio luogo di residenza. Se si considera poi l’esercizio al diritto della salute in maniera estensiva non si comprende come si possa giudicare la qualità dell’assistenza limitandola tout court agli ospedali: e il territorio? e la medicina preventiva? E questi sono solo alcuni degli elementi da tenere in considerazione. Altri paradossi e altre considerazioni richiederebbero appositi tavoli di lavoro composti da tutte le figure protagoniste: pazienti, medici di famiglia, del territorio, ospedalieri, personale di assistenza, amministrativi, politici locali e nazionali, governo tecnico e organismi di controllo. Limitandosi al campo neurologico si può ricordare come qualche anno fa una valutazione analoga venne formulata sull’assistenza al Parkinson: alzata di scudi di quanti non ritenevano di essere collocati in posizione utile e ambiguità intrinseca della classifica furono i veri elementi caratterizzanti una graduatoria che nasceva (sic!) dalla valutazione della letteratura scientifica prodotta. L’impressione, per quanto erronea, che se ne ricavava era che il paziente era solo un elemento da studiare e i concetti di assistenza, di customer satisfaction, di esiti positivi lasciavano il tempo che trovavano. Per curiosità abbiamo spulciato il sito doveecomemicuro.it limitando la ricerca al solo ictus cerebrale (l’unica malattia neurologica presente): sul territorio nazionale il primo ospedale Campano è quello di Nocera, al 36° posto, l’Azienda Ospedaliera di Salerno si posiziona all’ottavo posto in Campania. Solo qualche mese fa in altra graduatoria, ministeriale, il San Leonardo di Salerno era addirittura il primo in Italia per basso indice di mortalità a trenta giorni. Non possiamo non diffidare di tali “numeri”: si sono aggregate insieme strutture ospedaliere di vario livello, dotate o meno di Stroke Unit, in grado o meno di praticare terapia trombolitica, senza tener conto del numero di trattamenti praticati. Mancano del tutto i dati di ospedali quali Eboli, Battipaglia, Oliveto Citra, Roccadaspide, Sapri, Agropoli che pure gravitano nella provincia di Salerno, Vero è che non hanno reparto di Neurologia ma comunque assistono anche questi pazienti “acuti”. Ma la cosa più importante è l’uso potenziale di tale “classifica”: la persona che viene colpita da ictus a chi si rivolge? all’ospedale più vicino o corre (si fa per dire) al numero uno in Regione o prende l’aereo per il migliore a livello nazionale? La convinzione è che questi dati attengano ad un’obbligatoria verifica in background, competenza di epidemiologi, direzione sanitarie e strategiche aziendali, nonchè ad un livello politico locale e nazionale (Conferenza Stato Regione, etc). Guai se tutto dovesse sfociare in un TripAdvisor della salute.

Il Re è nudo

Apprezzabile ed apprezzato l’intervento del ministro Lorenzin sull’invecchiamento della classe medica italiana e sull’imminente emergenza derivante dal numero insufficiente di rimpiazzi. Lo si sapeva da tempo e non può non far piacere questa doverosa presa di coscienza di una parte, quella governativa, che troppo spesso ha dato l’impressione che non si curasse affatto del problema. Piuttosto si vorrebbe sapere come si intende intervenire al proposito. Territorio, integrazione, assistenza domiciliare sono belle parole ma vanno tradotte in pratica, una pratica che in Italia è troppo poco radicata, limitata e tre regioni (Veneto, Lombardia, E.Romagna). Il timore è un ulteriore avanzamento dell’età pensionabile con mantenimento in servizio ed in turni sulle 24 ore di personale già logoro, stanco, demotivato e sottopagato. Forse per alcuni un incentivo economico (ma dove sono i fondi?) potrebbe essere interessante ma i più aspirano ad una migliore qualità di vita. Altrimenti quis curat curantem?

Ticket sì, ticket no

In attesa dell’avvio delle trattative per il nuovo Patto per la Salute si registra la dichiarazione congiunta dei ministri Lorenzin e Saccomanni che escludono il ricorso a nuovi ticket in quanto “insostenibili” per i cittadini. La stessa Ministra ha dichiarato che “a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n.187/2012 (che ha reso non operante la misura di compartecipazione alla spesa sanitaria per un importo pari a 2 miliardi dal 2014 prevista dal d.l. 98/11) in sede di predisposizione della legge di bilancio 2014-2016 non potrà che essere rideterminato il livello del finanziamento del SSN per l’importo di due miliardi dal 2014”

Dal 5 all’1, per mille

Alla continua ricerca di risorse economiche, aliene a qualsiasi tipo di sacrificio o spending review, i partiti politici stanno elaborando nuove strategie per attingere fondi pubblici. Già molte fondazioni attingono al 5 per mille, sotto forma di organizzazioni onlus e pertanto aventi titolo ad essere ammesse a tale beneficio. Non paghi pare che stia prendendo piede l’ipotesi 1 per mille. Guai se per realizzare il provvedimento il 5 per mille dovesse essere ridotto al 4 per mille. Squallido se dovesse essere introdotto un meccanismo tipo quello dell’8 per mille per cui le scelte non effettuate verrebbero distribuite in percentuale a tutti gli ammessi.

Riusciranno i nostri eroi?

Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità. Condurre un ministero strategico sotto il punto di vista sociale e del mantenimento di quella giustizia sociale cui tutti, a parole, ambiscono non è impresa facile. Per intanto il clima di perplessità nei confronti della titolare del dicastero raggiunge punte di chiara sfiducia come, ad esempio, si rileva dal sondaggio proposto dal social network Nuto. Dedicato ai medici il sito ha proposto ai circa 1000 iscritti il quesito “Beatrice Lorenzin, nuovo ministro della Sanità: sei d’accordo?”. Il 73,8% ha risposto no. Tra le motivazioni addotte al primo posto la Lorenzin in quanto tale “incompetente nel settore sanitario”, “impreparata e non qualificata”, “priva di laurea”. Seguono il desiderio di un ministro tecnico, meglio se medico e il timore di un’ulteriore spinta a favore del settore privato. Sull’altro piatto della bilancia Lorenzin andrebbe neme per “determinazione e grinta, serietà, sensibilità e giovane età”.
Vero è che il tempo ci darà la risposta ma le perplessità sono più che motivate anche in conseguenza del fatto che nel programma di governo non si vede nessuna chiara presa di posizione anche se molte ed importanti scadenze bussano alla porta