Don Giovanni

don giovanni
La figura del Don Giovanni, entrata oramai nell’opinione comune come emblema del “tombeur de femme” è stata, nel corso dei secoli, descritta da più autori. Quella di Moliere è, forse, la più pregnante, critica dei costumi del diciassettesimo secolo, con particolare riguardo ai nobili, alla loro ipocrisia e all’incapacità del “popolo basso” a reagire. Presuntuoso, ostinatamente fermo nei suoi principi, Don Giovanni non cede davanti a nulla e quando non riesce ad avere la meglio, come quando non riesce a far bestemmiare un poveretto in cambio di denaro, continua imperterrito nei suoi comportamenti. Allora i nobili e adesso?

La cantata dei pastori.

cantata
Sempre attuale, la “cantata dei pastori” riesce ad impressionare divertendo quanti assistono allo spettacolo. Così è stato al Teatro Verdi con una rappresentazione mirabile, nel segno della tradizione napoletana. Un inimitabile Peppe Barra nei panni di Razzullo, addetto al censimento, incontra Sarchiapone (Teresa Del Vecchio), barbiere deforme ed omicida, nel mentre l’eterna lotta tra il bene e il male, Lucifero.Belzebù contro l’Arcangelo Gabriele, prende corpo e consistenza nel tentativo di non far nascere Gesu, Colui che salverà il mondo. Sacro e profano si alternano in un ritmo serrato, interrotto solo dagli applausi, dal quale si possono raccogliere alcuni elementi significati: la fame atavica di Razzullo, la fuga del colpevole innocente (perché Sarchiapone è innocente, almeno nella sua non intenzionalità di fare del male)., la lotta tra il bene e il male. A quattrocento anni dalla stesura dell’opera rimangono immutate la sua potenza comunicativa e l’attualità delle tematiche trattate.

Barthes ed Instagram

Barthes
Un interessante passaggio ne “La camera chiara – Nota sulla fotografia” è quando Barthes si interroga, nei panni dello Spectator su quello che definisce il “disordine della Fotografia“: L’autore scrive “Fotografie: ne vedo ovunque, come ognuno di noi oggigiorno; dal mondo esse vengono a me, senza che io lo chieda; non sono che ‘immagini’ … tuttavia … constatavo che certune provocavano in me gioie sottili, come se rinviassero a un centro sottaciuto, a un bene erotico o straziante, nascosto dentro di me

Barthes: la camera chiara. Nota sulla fotografia

Barthes

E’ possibile una attualizzazione del pensiero di Barthes sulla fotografia?

Da tempo volevo leggere il saggio di Roland Barthes sulla fotografia. Scritto pochi mesi prima della sua morte è un’opera profonda, difficile e quasi un testamento. Leggendo il testo la prima impressione è che questo può assumere varie valenze in relazione a quanto il lettore si aspetta: fotografia, arte, tecnica, vissuto personale e quant’altro può essere presente in un dato momento nella mente di una persona.

Alchemy

Alchemy
Moses Pendleton si autodefinisce coreografo e illusionista e questo è quel che riesce a trasmettere al pubblico in tutte le sue rappresentazioni. Ballo e fantasmagoriche illusioni. Anche nel suo ultimo lavoro, Alchemy, si assiste a un’ora e mezza di spettacolari acrobazie, aiutate da artifici tecnici e da una sapiente colonna sonora. E se “è il fin dell’artista la meraviglia” lo scopo riesce alla perfezione. Pubblico entusiasta, artisti perfetti, tutto calibrato in quella che poi si rivela essere una giostra. Pendleton fa un minestrone, elabora spezzoni di sue idee coreografiche e li mette insieme dandogli un titolo “alchemico” che vorrebbe simboleggiare la trasformazione degli elementi e il mistero della vita. Lo spettatore attento percepisce questi suggerimenti ma non trova una unitarietà di rappresentazione. Sembra che Pendleton sia preoccupato solo di dimostrare quanto sia bravo, di meravigliare con i suoi giochi di prestigio. Alla fine lo spettacolo Alchemy, intrattiene ma non convince. Piuttosto una rappresentazione barocca, fatta di estro e fantasia a volontà. Esibizione atletica muscolare di altissimo livello e poco altro. Lo spettacolo inizia con un pesce, l’elemento acqua, e dei girasoli, tubi intorno ai quali girano i ballerini vestiti di rosso a rappresentare il fuoco. E poi vengono l’aria, il volo, il nero della terra, attrazioni e repulsioni, riferimenti alla nascita con ballerine prima steatopigie, poi pettorute ed infine gravide. Tutto ben realizzato ma scollegato. Un vivid dream che poteva essere meglio espresso dando una continuità alla storia ed evitando inutili, ridondanti sequenze. Probabile che Pendleton abbia dovuto tener conto delle esigenze sceniche e dei tempi di recupero dei suoi ballerini, ma quando uno vola alto dovrebbe impegnarsi a confezionare storie che possono essere ricordate e narrate, evitando gli eccessi e le sbavature. La sua ricerca della pietra filosofale appare ancora lontana e non vorremmo che il suo unico, legittimo, scopo fosse l’incasso al botteghino.

Una pura formalità

una pura formalitàBuona la prima. Inizia con un’opera di assoluto valore intrinseco, con recitazione di altissima fattura, la stagione di prosa del Teatro Verdi. In sintesi questa la vicenda: Onoff, alias di Biagio Febbraio, non ricorda. Condotto in una strana stazione di polizia perché trovato a correre nel bosco durante una notte di tempesta, con continue interruzioni di elettricità e cadute della linea telefonica, si trova costretto da un commissario a ripercorrere non sola la sua giornata ma tutta la sua esistenza. Un susseguirsi di omissioni, cancellazioni, correzioni delle vicende descritte anche solo un momento prima. Dei veri e propri On-Off che ricordano molto il meccanismo psicologico della rimozione. Di cosa lo si scopre solo alla fine. L’opera è la trasposizione teatrale di uno dei migliori film di Giuseppe Tornatore. Singolare la scena, pareti di cemento simili ad un sotterraneo, costellate di graffiti di precedenti presenze, tre poliziotti con la classica distinzione del buono e del cattivo, un commissario che sembra conoscere Onoff meglio del personaggio stesso. In apparenza il tema centrale è la ricerca della memoria. Il passato riemerge poco alla volta, spesso si modifica nel mentre viene descritto, con colpi di scena che lasciano lo spettatore sgomento. Il tutto giocato sulla narrazione, con la scrittura che altro non è che un fantasma. Scrittura a volte legata a dei libri che trascendono la persona che lo ha scritto, pur riportandone il nome dell’autore sulla copertina. A volte semplice graffito, “No, no, no” legge il poliziotto giovane illuminando una parete con la torcia elettrica. A volte pura apparenza, come sui fogli vuoti che non possono essere scritti perché le penna non hanno più inchiostro o che non sono mai stati scritti anche se i tasti della macchina da scrivere sembrava lasciato una traccia che non c’è. Metafora della vita e della morte con il “punto improprio”, derivato direttamente dalla geometria, espressione di una retta tendente all’infinito che, in teoria, non dovrebbe mai incontrare un’altra (esistenza) parallela.

Nomi d’oggi: lettura consigliata

letture
Correva l’anno 1988 e Gino e Michele pubblicavano per la Tango Edizioni il libro Nomi d’oggi. Ventiquattro biografie satiriche con personaggi dell’epoca che fu, alcuni ancora “in attività”: Carrà, Mike Bongiorno, Cossiga, Berlusconi, Pippo Baudo, Scalfari, Andreotti, Craxi. Cicciolina, Marta Marzotto. Pura satira a volte premonitrice di quelli che sarebbe stato il quarto di sceolo successivo. Come non divertirsi all’affermazione che E”Eugenio Scalfari nasce dalla fantasia di Forattini il 16 aprile 1924″? Come non trovare premonitrice la voce del decalogo televisivo berlusconiano che recita “Biagi ha detto: ‘se Berlusconi avesse le tette farebbe l’annunciatrice’; non è vero: se l’annunciatrice avesse le tette se la farebbe Berlusconi”? E l’allusione a Craxi? “Craxon ha questa curiosa caratteristica: su di lui tutto è al 10%. Così vi troviamo il 10& di ossigeno, il 10% di azoto, il 10% di glicemia, il 10% di uomini e il 10% di donne”. Come scrive Oreste del Buono nella sua prefazione al libro Nomi d’oggi: “qui lo scrivere non è fine a se stesso, è la base di una comunicazione diversa sul mondo e col mondo che ci è toccato ih sorte. È veramente un messaggio offensivo per la troppa retorica in corso. I gemelli scardinano la vita altrui con la felicità e la complicità di chi sa di avere imboccato la strada giusta. In Nomi d’Oggi i riferimenti al passato sono tutti contestati, e il futuro appare di carattere ilarmente catastrofico. Gino & Michele si comportano come se tutto potesse davvero esser cambiato, perché avanti così non si può andare. In tempi tristi come i nostri in cui chiunque sia imbecille, abbia un tic o qualche altra malattia schifosa, sia recidivo della scuola dell’obbligo, proclama di far dell’umorismo demenziale, Gino & Michele si impongono per precisione e razionalità. Del libro, trovato per caso sulla solita bancarella di libri usati, oramai in giro sono rintracciabili pochissime copie su Amazon (link).

Narrare la malattia

narrare la malattia Il rapporto medico paziente ha subito una radicale trasformazione. La tecnologia applicata alla medicina, da un lato ha indotto la credenza della potenza guaritrice della malattia, dall’altro ha deluso molte aspettative e, di conseguenza, minato la credebilità del medico. Nel libro “Narrare la malattia”, scritto dall’antropologo Byron J. Good nel 1998 ed edito in Italia da Einaudi (link) viene proposta una chiave di lettura del rapporto medico paziente. Trascrizione fedele delle Morgan Lectures, conferenze tenute presso l’Università di Rochester, il documento sotiene che la malattia è un oggetto estetico piuttosto che biologico e l’approccio deve essere interpretativo più che positivista. La tesi di Good è che “la medicina sia in parte una costruzione ideologica che non rispecchia in modo diretto la natura”. L’argomentazione è complessa ed occupa i primi tre capitoli del libro: l’antropologia medica e il problema della credenza (cap. I); le rappresentazioni della malattia nell’antropologia medica: una disamina della materia (cap. II); come la medicina costruisce i propri oggetti (cap. III). Nei successivi capitoli viene applicata l’analisi etnografica a situazioni osservate in Iran, Turchia e Stati uniti, anche mediante l’applicazione del concetto di reti semantiche, l’osservazione fenomenologica alla costruzione e distruzione dei mondi della vita, l’utilizzo della teoria della lettura di Wolfgang Iser per sostenere che le “pratiche formative” che danno forma alla malattia e all’esperienza della malattia hanno un carattere profondamente sociale. (dall’introduzione di A.T.Carter)

Senza limiti: dipendenza da internet e cellulari

dipendenza da internetGioco d’azzardo patologico, Internet addiction, shopping compulsivo e altri disturbi del controllo degli impulsi sono problematiche emergenti e di grande importanza sociale. Nel testo pubblicato dal Pensiero Scientifico (link) vengono esposti i principali elementi di classificazione, presentazione clinica e terapia delle varie manifestazioni cliniche.
L’argomento è di grande attualità. La variabilità di manifestazioni e le diverse problematiche psicopatologiche sottostanti richiedono un approccio strutturato, coerente nell’impostazione e nella gestione del lavoro terapeutico. Se alcuni ricavano piacere dalle attività compulsive, altri si sentono costretti a dover ripetere un’azione peraltro stancante e non gratificante. Alle manifestazioni legate all’utilizzo della rete da casa, quali chat, shopping, pornografia, gioco d’azzardo negli ultimi anni se ne sono aggiunte innumerevoli altre. Da postazione fissa (casa, ufficio, internet point che sia) la dipendenza da internet assume caratteristiche di epidemia, grazie al dilagare di Facebook addiction, mentre da cellulare o tablet sono tantissime le occasioni per cadere nella trappola additiva. L’utilizzo ventiquattro ore su ventiquattro di sms, email, siti sociali, Instagram, Whatsup, Ruzzle o similari è diventato fenomeno diffuso, ancorchè potenzialmente pericoloso. Basti pensare a quanti continuano ad utilizzare i dispositivi citati anche durante la guida in automobile. In questo scenario diventa di primaria importanza il ricorso ad uno specialista affidabile ed addestrato ad affrontare il problema in maniera incisiva ed efficace. La raccolta delle modalità compulsive, l’individuazione di un programma di “disintossicazione”, lo stabilire i termini temporali entro cui bisogno conseguire il risultato atteso, l’inserimento in un gruppo formale di auto aiuto sono passaggi indispensabili per un percorso terapeutico.