Barthes ed Instagram

Barthes
Un interessante passaggio ne “La camera chiara – Nota sulla fotografia” è quando Barthes si interroga, nei panni dello Spectator su quello che definisce il “disordine della Fotografia“: L’autore scrive “Fotografie: ne vedo ovunque, come ognuno di noi oggigiorno; dal mondo esse vengono a me, senza che io lo chieda; non sono che ‘immagini’ … tuttavia … constatavo che certune provocavano in me gioie sottili, come se rinviassero a un centro sottaciuto, a un bene erotico o straziante, nascosto dentro di me (per quanto apparentemente sensato fosse il loro soggetto); e che altre, al contrario mi lasciavano talmente indifferente che a forza di vederle moltiplicarsi, come malerba, provavo nei loro confronti una sorta di avversione, d’irritazione: ci sono dei momenti in cui io detesto la fotografia … Vedevo bene che quelli erano dei movimenti di una soggettività facile, la quale si arena appensa si è espressa: mi piace/non mi piace: chi di noi non ha una sua tabella interiore di gusti, disgusti, indifferenze?”.
Inevitabile per chi, come me, ha lasciato che Instagram ed il suo universo enorme, fluido, incessantemente produttivo entrassero a pieno titolo nel proprio quotidiano fermarsi a riflettere su quanto scritto dal semiologo Barthes.

  • Le foto che “vengono a me”, addirittura cercate sin dal momento in cui ci si iscrive e si inizia a pubblicare le proprie foto.
  • L’alternanza di sensazioni contrastanti, variabili da momento a momento, da soggetto a soggetto e da fotografo a fotografo è sentimento comune e condiviso con quanto espresso dall’autore.
  • Il ricorso al mi piace e, aggiungo io, al non commento, come metodo di classificazione, non più solo interiore, di gusti ed indifferenze (resta il non mi piace, assente al momento su Instagram).

Da non trascurare inoltre l’innovazione dei tag e dei commenti. I primi tentativo, a volte vano e spesso abusato, di indirizzo delle scelte degli altri “naviganti”. I commenti elemento innovativo e realmente “socializzante” capaci di attualizzare e personalizzare il contenuto delle foto. Ancora una volta lo spectator assume caratteristiche dell’operator, diventando addirittura Spectrum quando pubblica un selfie.

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