Don Giovanni

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La figura del Don Giovanni, entrata oramai nell’opinione comune come emblema del “tombeur de femme” è stata, nel corso dei secoli, descritta da più autori. Quella di Moliere è, forse, la più pregnante, critica dei costumi del diciassettesimo secolo, con particolare riguardo ai nobili, alla loro ipocrisia e all’incapacità del “popolo basso” a reagire. Presuntuoso, ostinatamente fermo nei suoi principi, Don Giovanni non cede davanti a nulla e quando non riesce ad avere la meglio, come quando non riesce a far bestemmiare un poveretto in cambio di denaro, continua imperterrito nei suoi comportamenti. Allora i nobili e adesso?

La cantata dei pastori.

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Sempre attuale, la “cantata dei pastori” riesce ad impressionare divertendo quanti assistono allo spettacolo. Così è stato al Teatro Verdi con una rappresentazione mirabile, nel segno della tradizione napoletana. Un inimitabile Peppe Barra nei panni di Razzullo, addetto al censimento, incontra Sarchiapone (Teresa Del Vecchio), barbiere deforme ed omicida, nel mentre l’eterna lotta tra il bene e il male, Lucifero.Belzebù contro l’Arcangelo Gabriele, prende corpo e consistenza nel tentativo di non far nascere Gesu, Colui che salverà il mondo. Sacro e profano si alternano in un ritmo serrato, interrotto solo dagli applausi, dal quale si possono raccogliere alcuni elementi significati: la fame atavica di Razzullo, la fuga del colpevole innocente (perché Sarchiapone è innocente, almeno nella sua non intenzionalità di fare del male)., la lotta tra il bene e il male. A quattrocento anni dalla stesura dell’opera rimangono immutate la sua potenza comunicativa e l’attualità delle tematiche trattate.

Il mercante di Venezia

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Il mercante di Venezia è una delle opere di Shakespeare più rappresentate e non a caso. La vicenda investe il rispetto delle regole, la lealtà delle persone e la volubilità dei criteri di giudizio spesso manipolati, ora come allora, a seconda degli interessi. Ed è la scena di Porzia, travestita da Bellario, con le sue argomentazioni a stupire, se non irritare lo spettatore. “non una goccia di sangue”, “non un grammo di carne in più”, divisione dei beni tra Venezia e la figlia annientano una persona della quale l’essere ebreo può essere considerato un trascurabile particolare. Ancora oggi le regole vengono cambiate ed utilizzate a discrezione del beneficiario. Ancora oggi persone oneste si vedono private del loro diritto ad essere tutelate. Ancora oggi si passa con facilità dalla ragione al torto. Tanto viene da pensare dopo aver assistito al Teatro Verdi di Salerno alla rappresentazione del Mercante di Venezia con la magistrale interpretazione di Giorgio Albertazzi e la sua compagnia. Essenziale ed efficace la scenografia, un ponte di Venezia. Ben organizzate, anche se a tratti sopra le righe, le luci e le musiche. Armonica, incisiva e ben ritmata l’interpretazione dei singoli attori con costumi che lasciavano ben capire quali fossero i ruoli e le caratteristiche dei personaggi. Al termine della rappresentazione è stata consegnata una targa ad Albertazzi, “l’ennesima targa” ha detto, quasi fosse dispiaciuto del riconoscimento. Ha poi concluso con una curiosa considerazione “al nord si sbracciano, mentre quando più scendo al Sud le persone assistono in silenzio. Un silenzio che una volta in Africa divenne di un buio profondo”. Si spera che la considerazione non derivasse dal fatto che durante la recita gli applausi sono stati distribuiti in equa misura, senza frammentare la rappresentazione e che di questo si sia rammaricato la compagnia. Il teatro è nato proprio al Sud, con gli antichi greci, e qui da noi ha valenza di rappresentazione sacra. Un pubblico educato e attento resta in silenzio. Gli applausi sono un inutile rumore.

Una pura formalità

una pura formalitàBuona la prima. Inizia con un’opera di assoluto valore intrinseco, con recitazione di altissima fattura, la stagione di prosa del Teatro Verdi. In sintesi questa la vicenda: Onoff, alias di Biagio Febbraio, non ricorda. Condotto in una strana stazione di polizia perché trovato a correre nel bosco durante una notte di tempesta, con continue interruzioni di elettricità e cadute della linea telefonica, si trova costretto da un commissario a ripercorrere non sola la sua giornata ma tutta la sua esistenza. Un susseguirsi di omissioni, cancellazioni, correzioni delle vicende descritte anche solo un momento prima. Dei veri e propri On-Off che ricordano molto il meccanismo psicologico della rimozione. Di cosa lo si scopre solo alla fine. L’opera è la trasposizione teatrale di uno dei migliori film di Giuseppe Tornatore. Singolare la scena, pareti di cemento simili ad un sotterraneo, costellate di graffiti di precedenti presenze, tre poliziotti con la classica distinzione del buono e del cattivo, un commissario che sembra conoscere Onoff meglio del personaggio stesso. In apparenza il tema centrale è la ricerca della memoria. Il passato riemerge poco alla volta, spesso si modifica nel mentre viene descritto, con colpi di scena che lasciano lo spettatore sgomento. Il tutto giocato sulla narrazione, con la scrittura che altro non è che un fantasma. Scrittura a volte legata a dei libri che trascendono la persona che lo ha scritto, pur riportandone il nome dell’autore sulla copertina. A volte semplice graffito, “No, no, no” legge il poliziotto giovane illuminando una parete con la torcia elettrica. A volte pura apparenza, come sui fogli vuoti che non possono essere scritti perché le penna non hanno più inchiostro o che non sono mai stati scritti anche se i tasti della macchina da scrivere sembrava lasciato una traccia che non c’è. Metafora della vita e della morte con il “punto improprio”, derivato direttamente dalla geometria, espressione di una retta tendente all’infinito che, in teoria, non dovrebbe mai incontrare un’altra (esistenza) parallela.

ITIS Galilei

E’ arrivato anche a Salerno il lungo monologo di Marco Paolini su Galilei, antesignano della modernità e dei grandi limiti posti allo sviluppo della scienza dal pregiudizio. Interessante la messa in scena: un grembiule da calzolaio a rappresentare la materialità della scienza, un pendolo realizzato da una lunga catena con al termine quella che sembra una mina e sulla quale Paolini alla fine si siede per la lettura di un brano di Giordano Bruno, cui andò peggio di Galileo. Ma prima c’è il nucleo più significativo dello spettacolo: “Scienza non produce coscienza. Galilei ha ridimensionato la verità, ha dato dignità al dubbio, ha tolto l’errore dalla sfera del diavolo per ridarla all’umano. Le idee quando scadono, dopo fan sempre ridere. La scienza non è democratica. Cambiare idea può essere rivoluzionario. Ogni tanto le idee invecchiano e ti accorgi che non bastano per il futuro, andiamo in crisi, che si fa?. O eserciti un ragionevole dubbio su quello che pensavi o ti affidi ai maghi. Non c’è un solo modo di pensare, non c’è un solo modo di immaginare”. Scienza, magia, religione. La confusione continua, ma così va la vita. Tutti verso l’entropia, come Stranamore sulla bomba atomica, come Paolini sulla mina.

Il discorso del Re

La vicenda è nota, grazie soprattutto al film pluripremiato agli Oscar, ma non tutti sanno che nasce come piece teatrale e come tale è stata rappresentata al Verdi. Purtroppo non si può affermare che sia riuscita a convincere. Troppo ingombrante la presenza di Barbareschi che piazza battute superflue, disturbanti la fruizione dello spettacolo, sebbene il pubblico di bocca buona ride a volte in maniera smodata; troppo lungo lo spettacolo, una mezz’ora di tagli non avrebbe guastato; cervellotica, sebbene semplice la scenografia. Per fortuna del pubblico la recitazione di Filippo Dini tiene in piedi lo spettacolo concludendolo con una memorabile interpretazione dello storico discorso di re Giorgio VI.

Il flauto magico

Integrazione non è solo una parola ma anche, e soprattutto, uno stile di vita. Stile di vita congeniale agli artisti dell’OPV (Orchestra di Piazza Vittoria) che con il linguaggio universale della musica riescono a trasmettere al pubblico un messaggio inconfutabile. Ne il Flauto Magico, la settimana scorsa al Verdi, hanno raccontato, metaforicamente, non solo l’amore ma anche il superamento delle differenze. Non era facile comprimere un’opera complessa come il Flauto Magico agli elementi essenziali per cui chi non conosceva la storia poteva perdere qualche passaggio e confondere i vari ruoli tuttavia l’effetto scenico è stato di rilievo e i novanta minuti di spettacoli sono stati la giusta misura per poterlo apprezzare.

Le voci di dentro

La recitazione di Toni Servillo raggiunge sempre livelli elevati e così anche per “Le voci di dentro“. Di grande attualità il significato: la consapevolezza delle proprie colpe, la proiezione delle stesse sugli altri, l’inadeguatezza a mantenere una forte rete di rapporti sociali in momenti, il dopoguerra all’epoca della stesura dell’opera da parte di Eduardo e l’attualità, caratterizzati da crisi economica, sociale e legale. Il tutto giocato sul tema del sospetto, quel sospetto che fa dire al protagonista, Alberto Saporito «voi mò volete sapere perché siete assassini … in mezzo a voi magari ci sono pure io e non me ne accorgo … Avete sospettato l’uno dell’altro … Io vi ho accusati e voi non vi siete ribellati, lo avete ritenuto possibile. Un delitto lo avete messo fra le cose probabili di tutti i giorni; un assassinio nel bilancio familiare! La stima, don Pasqua’, la stima! … La fiducia scambievole … senza la quale si può arrivare al delitto.»

Linea d’Ombra


Serata finale del Festival, stasera al Versi, con “il difficile mestiere di vedova” di Silvana Grasso con Lucia Maglietta. L’evento è realizzato in collaborazione con la Fondazione Salerno Contemporanea e precederà la proclamazione dei vincitori che avverrà nell’adiacente isola pedonale.

Trinità


Direttamente da Gazebo il trio (appunto la Trinità) Diego Zoro Bianchi, Roberto Angelini e Giovanni Di Cosimo si esibiranno in una sessine live al Teatro Verdi. Da non perdere.