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Neurologia

Biomarkers e Alzheimer (3/3)

  • Autore articolo Di alfamag
  • Data dell'articolo 7 Settembre 2011
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In conclusione a quanto esposto nei giorni scorsi l’articolista afferma che se la patologia è presente prima che la persona manifesti il declino cognitivo il passo successivo più logico dovrebbe essere la scansione di routine degli anziani per identificare i segni rivelatori della malattia. Ma questo è più facile a dirsi che a farsi. La risonanza magnetica è costosa e la PET ancora di più oltre a non essere facilmente disponibile. La puntura lombare può essere di routine ma è molto più invasiva del prelievo di sangue e comporta un rischio, seppure minimo, di infezione e danni al midollo spinale. Oltre a non essere etico.
Un biomarcatore ideale dovrebbe essere rintracciabile in un semplice esame di sangue e regolarmente vengono proposti nuovi marcatori che soddisfano questo criterio. Negli anni scorsi sono stati proposti la clusterina, la proteina ​​carbonile, gli inibitori dell’enzima di conversione, i prodotti della perossidazione lipidica e pattern di espressione genica. Il marcatore ideale potrebbe essere imminente o potrebbe anche non esistere. E’ verosimile che potremmo essere costretti a utilizzare una combinazione di biomarcatori. Non sono stati ancora pubblicati i dati di due nuovi potenziali biomarcatori, una molecola immunitaria e una proteina tumore-soppressore, che si trovano nei monociti.
In un lavoro del 2007 l’utilizzo combinato di 18 proteine ​​plasmatiche misurata insieme ha evidenziato come si possano differenziare le persone con Alzheimer dai controlli sani. Tuttavia nemmeno questo approccio ha portato a risultati riproducibili. Questa mancanza di riproducibilità ha suonato la campana a morto per molti promettenti studi di biomarker.
In un altro studio invece di usare una serie di anticorpi per cercare le proteine ​​nel sangue è stata utilizzata una matrice di 15.000 proteine ​​sintetiche per cercare gli anticorpi nel sangue che, in assenza di malattia, non dovrebbero esserci tutti ma in presenza di malattia andranno a essere amplificati milioni di volte. Tale approccio presuppone che la patologia della malattia di Alzheimer includa una risposta immunitaria, un’idea che non è generalmente condivisa tra i ricercatori. Ma tale scommessa sembra aver dato i suoi frutti. Sono stati trovati due anticorpi che sono fortemente espressi in 14 delle 16 persone con malattia di Alzheimer e solo in 2 su 16 soggetti di controllo. Poiché i controlli sono stati appaiati per età, i due con elevati livelli di anticorpi potrebbero avere la malattia in fase preclinica, più o meno allo stesso modo in cui le placche amiloidi sono evidenti ben prima dei sintomi cognitivi. Lo studio è stato esteso a circa 200 persone.

(continua)

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