Torneremo alla tessera annonaria?

Ogni giorno che passa lo scenario economico finanziario dell’Italia si fa sempre più cupo. Il termometro dello spread sale in maniera vertiginosa, le Autorità competenti lanciano allarmi sempre più inquietanti, il Governo carioca (giallo-verde) butta acqua sul fuoco minimizzando i presagi di sventura e sostenendo la fattibilità delle iniziative, già promesse elettorali.

Cosa succederà? Difficile saperlo. Nella peggiore delle ipotesi una marea di pensionamenti non verrà compensata da una pari entrata nel mondo del lavoro di giovani disoccupati. Il reddito di cittadinanza assume contorni ambigui, più che una misura assistenzialistica ai poveri sembrerebbe una misura di assistenzialismo alle imprese che assumeranno sì una persona beneficiaria del sussidio di povertà ma perché  avranno la possibilità di trattenere la quota che spetterebbe alla persona disoccupata. Lascia perplessi il fatto che quest’ultimo aspetto non sia poi tanto diverso dal Jobs Act di Renzi, tralaltro contrastato proprio dai Cinque Stelle e addirittura con un importo inferiore (5-6 miliardi in tre anni, rispetto ai 18 del passato).

Sempre a proposito del reddito di cittadinanza, la cui esposizione ha raggiunto livelli tragicomici, non si capisce come sia possibile controllare che sia un effettivo sostegno alle fasce povere della cittadinanza e in nome di cosa si voglia impedire il libero arbitrio di scegliere come destinare il fondo a loro destinato. Appare discriminante impedire le “spese immorali”, tanto più quando niente si fa per ostacolarle nelle categorie con autonomia economica. La lotta alle dipendenze, fisiche e mentali, non dovrebbe avere un “gradino” economico.

Su tutto il timore che la Nazione intera possa impoverire in misura tale da dover ricorrere in massa a misure di sostentamento che da oltre sessanta anni non sono più in opera: la tessera annonaria, triste esperienza che hanno conosciuto i nostri genitori e i nostri nonni e che non vorremmo mai più vedere.

Governo clinico e pensioni dei medici

Sono tanti i punti critici e sospesi nel decreto sanità. Uno fondamentale è il riordino della materia pensionistica per i medici. Pare che si voglia portare l’età del pensionamento a 67 anni con la possibilità di restare in servizio fino a 70, prevedendo però anche dei meccanismi di incentivo all’uscita per favorire il ricambio generazionale. Il classico colpo alla botte accompagnato da uno al cerchio. Discutibile pensare a medici in servizio attivo, magari inseriti nei turni di guardia notturna e festiva, avanti con gli anni mentre altri giovani, preparati e in attesa verranno immessi, se pure avverrà mai, nei ruoli lavorativi in età più vicina ai 40 che non ai trenta e condannati a non maturare mai la pensione o ad averne una miserevole. Magari in ruoli di supporto potrebbe anche funzionare, ma non è quello che sta avvenendo e non è quello che lascia prevedere la riforma in corso.

2011: fuga da Hospital city.

Sono già 4000 (il 55% in più rispetto all’anno scorso) i medici che hanno deciso di pensionarsi. Tra i motivi principali il sovraccarico lavorativo, l’eccesso di turni di guardia, l’aumento del contenzioso per malpractice, spesso gonfiato in maniera strumentale, le modifiche al regime pensionistico. Le conseguenze di quest’esodo non sono da poco e stanno, di fatto, accelerando le dinamiche prima esposte. Eppure il ministro Fazio aveva minimizzato le dimensioni del fenomeno. Sosteneva che il numero di medici era superiore alla media OCSE. Forse si riferiva al numero totale.