Non ci sono soldi

Il decreto stabilità ha prodotto un altro “cadavere eccellente”. Il ministro Fazio non ha spuntato il miliardo di euro, che pure si era impegnato a cercare, per la ristrutturazione degli ospedali italiani e la costruzione di nuovi edifici. I soldi dovevano provenire dall’aumento del prezzo delle sigarette: è il caso di dire che le risorse sono andate “in fumo”

La barbarie fra noi


Il lavoro del medico diventa sempre più pericoloso. Aumentano gli episodi di cronaca nera e troppi ritengono di doversi fare giustizia da soli, spesso dopo un sommario processo. Questa volta è successo a Roma, al San Filippo Neri, dove un medico è stato picchiato dal patrigno di una ragazzina di 10 anni deceduta per arresto cardio circolatorio. La prossima volta dove e a chi capiterà?

Il ticket di scopo

Lo ha proposto il ministro Fazio al congresso SIMM (Società Italiana Medici Manager). In pratica tutti i ricoveri inappropriati verrebbero ad essere tassati da questo nuovo ticket. Scopo dichiarato è evitare il ricorso all’ospedale per prestazioni che potrebbero essere eseguite sul territorio. Dubito che la misura, da sola, possa servire a contenere un fenomeno che assume proporzioni sempre più gravose. Occorrono anni ed una precisa e coordinata azione di informazione per far si che il cittadino apprenda a riconoscere quando e a chi può chiedere una prestazione sanitaria, il territorio venga alleggerito dagli adempimenti burocratici e riprenda a fare medicina di base, gli ospedali diventino dei centri di eccellenza per la salute, coordinati in rete per evitare gli sprechi ed integrati con le strutture universitarie a fini sia assistenziali che di ricerca. Ma soprattutto occorre che la politica smetta di entrare nelle questioni della sanità solo a fini propagandistici, elettorali e, peggio di tutto, clientelari.

Le vacche grasse

Se è vero, come è vero, che “ci tagliano la salute” è altrettanto vero che altri, in Italia, se la passano molto bene. Come se il problema della spesa non esistesse.  Al Celio, per esempio, per meno di cento posti letto ci sono diciassette dipartimenti, ventiquattro reparti ed oltre cinquanta servizi. Il tutto assicurato da 1200 unità di personale, medico e non. Con altrettante persone altri ospedali assicurano l’assistenza a 400 pazienti. Inoltre, per assicurare il pieno funzionamento delle strutture e della strumentazione a disposizione c’è la possibilità per “scopi didattico-addestrativi” di utilizzazione al di fuori dell’ospedale, magari in strutture private dove gli ufficiali medici prestano servizio. Gli stessi che, interrogati in inchieste giornalistiche, hanno confidato “stiamo giornate intere a fare niente. Senza contare che, dal punto di vista professionale, sappiamo bene quanto la pratica e l’aggiornamento siano necessari alla nostra professione”. E se provassimo, come già in uso in Francia e in Germania ad aprire gli ospedali ai civili? La sinergia porterebbe a non pochi benefici sopra in quelle prestazioni da sempre patrimonio della sanità militare (ecografia, chirurgia plastica, ortopedia).

Se Atene piange Sparta non ride

La tragica morte della giovane ventitreenne e delle due gemelline di cui era incinta ha scatenato l’inevitabile coda di polemiche. Fermo restante il doloroso sentimento di lutto per l’evento non si può non riconoscere come ad uscirne ancora una volta sconfitta sono la sanità campana e, per estensione, noi tutti. Delle polemiche innestate appare significativa quella del sindaco di Scafati (cittadina in cui si sono svolti gli eventi) che ha chiamato in correità anche gli altri ospedali della provincia, ivi compresi quelli in predicato di chiusura o salvati dall’incorporamento con il Ruggi d’Aragona (Cava, Curteri, Da Procida e Castiglione).
Tra l’altro il sindaco ha denunciato ai Carabinieri:

  • “La maggior parte degli ospedali della provincia di Salerno è a rischio“;
  • “non rispondono ai requisiti minimi strutturali le sale operatorie dell’ospedale di Pagani nonché quelle del primo, del terzo e del quarto piano dell’ospedale di Nocera Inferiore”;
  • “mancano i requisiti anche per il funzionamento dei reparti di rianimazione ed emodinamica dell’ospedale di Nocera Inferiore e della farmacia della struttura di Pagani”;
  • “l’ospedale di Cava de’ Tirreni non rispetta le caratteristiche strutturali, ad esempio, per quanto riguarda l’altezza delle sale operatorie, della farmacia e del laboratorio analisi, richieste dalla regione Campania. Inoltre manca la distinzione dei percorsi tra personale sanitario, pazienti e visitatori”;
  • “l’ospedale di Sarno non è in possesso di autorizzazione allo scarico nelle fogne, che manca a tutti gli ospedali dell’Asl di Salerno, ad eccezione della struttura scafatese”;
  • “gli ospedali di Mercato San Severino, Eboli, Battipaglia, Oliveto Citra, Roccadaspide, Vallo della Lucania e Sapri mancano dell’autorizzazione all’esercizio delle attività sanitarie ospedaliere”.
  • Il vaso di Pandora sembra volersi scoperchiare !!!

La sanità italiana secondo l’Eurispes

L’Eurispes ha pubblicato il Rapporto Italia 2011.

La metodologia seguita, interviste su tutto il territorio nazionale nel periodo compreso tra la fine del 2010 e gennaio 2011 a circa millecinquecento persone, ha esplorato vari settori su sei assi principali:

  • Fiducia/Sfiducia
  • Progettazione/Improvvisazione
  • Benessere/Malessere
  • Cittadinanza/Sudditanza
  • Nord/Sud
  • Uomo/Donna

Per quanto riguarda la sanità si è rilevato: che solo il 35,8% degli italiani è soddisfatto del SSN, l’assistenza ospedaliera peggiora, i tempi di attesa sono intollerabili, le strutture ospedaliere sono carenti (due terzi dei cittadini). Nonostante la carenza di strutture e servizi, viene largamente apprezzata la competenza di medici e infermieri. I ticket sono troppo esosi per 6 cittadini su 10. Cresce il gradimento per i privati.

Interessanti infine le dichiarazioni del presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, che ha dichiarato “nello scenario attuale, vi sono almeno due “bombe innescate”. La prima è quanto in questi ultimi anni ci siamo fattivamente adoperati per distruggere quello che era stato costruito. Ciò di cui siamo certi è che questa situazione non potrà protrarsi ancora a lungo. Viviamo in una sorta di terra di nessuno della quale non si intuiscono i confini e viviamo alla giornata nella speranza che non accada il peggio. La seconda bomba pronta a far esplodere la Repubblica è quella del debito pubblico. Non serve a niente continuare a ripetere che il debito è stato creato dalla Prima repubblica a causa della spesa. La spesa pubblica ha continuato a lievitare anche in questi anni ma non ha prodotto nessuna crescita. Con la Prima repubblica cresceva il debito ma c’era sviluppo. Da più di diciassette anni continua a crescere il debito e non c’è sviluppo. Gli italiani potrebbero essere anche disposti a sopportare una stagione di sacrifici, ma chiedono in cambio serietà, correttezza e trasparenza”.

L’Italia sta vivendo, insieme, una grave crisi politica istituzionale, economica e sociale. Tre percorsi di crisi che si intrecciano, si alimentano e si avviluppano l’uno con l’altro fino a formare un tutt’uno solido, resistente, refrattario ad ogni tentativo di districarlo, di venirne a capo. Abbiamo sempre rifiutato di attribuire alla sola classe politica la responsabilità di tutti i nostri mali perché questa rappresenta solo una parte della classe dirigente. Noi preferiamo riferirci ad una “classe dirigente generale” della quale fanno parte con ruoli e responsabilità tutti coloro che sono in grado, per le funzioni che esercitano, per il senso che possono affidare al loro impegno, per l’esempio che possono trasferire alla società, di esercitare un ruolo, anche pedagogico, di guida e di orientamento. La nostra classe dirigente attuale non è né coesa né solidale. Possiede una grande consapevolezza di sé e nessuna consapevolezza dei problemi generali. Non è mai riuscita a costituirsi in élite responsabile. È più semplicemente il frutto della tradizione feudale che connota ancora il nostro Paese. La sua fragilità e la sua pochezza derivano dai meccanismi ereditari o di “cooptazione benevola” che ne hanno segnato i percorsi nel corso degli anni. Rari sono i casi che hanno visto premiato il merito, l’applicazione, le capacità. Tutto ciò richiede un ruolo attivo del pubblico e della politica per consentire al Paese di non restare indietro nei settori decisivi e strategici”.

I Pronto Soccorso sono punti di riferimento per i cittadini.

E’ un bollettino di guerra. Non passa giorno che la cronaca nazionale e locale non sia occupata da fatti anche drammatici che coinvolgono i nostri Pronto Soccorso. Non sono episodi occasionali o legati all’emergenza stagionale. Piuttosto la conseguenza della crisi del sistema sanitario, soprattutto nelle regione meridionali, sottoposte a tagli (personale, posti letto, finanziamenti), e del “fallimento, nelle nostre regioni del Piano territoriale, per deospedalizzare l’assistenza a cronici e lungodegenti”.

«Il fatto – osserva il segretario della Fp-Cgil Medici Massimo Cozza – è che i Pronto soccorso rappresentano il punto nevralgico del sistema ed è qui che le disfunzioni si sentono maggiormente. Le cause? I Piani di rientro per varie Regioni, come Campania, Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio – spiega Cozza – se prevedono da un lato la chiusura dei piccoli ospedali, non prevedono però il contemporaneo potenziamento dei servizi sul territorio. Il risultato è dunque il congestionamento dei pronto soccorso dei grandi ospedali rimasti come punti di riferimento per i cittadini».

Da noi il sistema sta reggendo. Il colpo è però durissimo. Certo non abbiamo persone sulle sedie o sulle scrivanie, le ambulanze non devono lasciare le loro barelle in P.S. sì da non poter continuare il loro lavoro, ma il carico è diventato insostenibile. Un giorno, o una notte di guardia, sono faticose sia fisicamente che psicologicamente. Arriva di tutto e chiunque chiede una soddisfazione immediata con soluzione definitiva del loro problemo. A prescindere dalla natura intrinseca della prestazione richiesta. Il sistema territoriale è saltato tout-court e diventa difficile gestire tutto al meglio. Le tensioni sociali trovano in questo momento delicato dell’accesso in P.S. la loro espressione. E’ indispensabile rivedere l’intero impianto dell’emergenza.

Medici in fuga.

Quattordicimila medici si pensioneranno quest’anno. Trentamila dal 2011 al 2015. In cinque anni un terzo dei medici ospedalieri andrà in pensione ma i possibili rimpiazzi sono al massimo cinquemila (a tanto ammontano gli specialisti che potenzialmente potranno essere immessi in ruolo.
La situazione è legata soprattutto al fatto che la maggior parte dei medici in servizio sono nati tra il 1950 e il 1959. Al tempo stesso sono (siamo) sempre più stanchi: turni di guardia, straordinario, carichi di lavoro, alto rischio professionale. Chi può, appena raggiunge l´età di 61-62 anni decide di ritirarsi in pensione.
Quale la soluzione? ancora non se ne intravede una all’orizzonte. Qualcuno propone l’immissione in ruolo degli specializzandi, altri l’aumento degli iscritti a medicina o, ancora, l’importazione di medici laureati all’estero.