Dai un voto alla salute


Oggi, a Roma, presso la sede dell’Enpam in via Torino dalle 9.30 alle 12.30 incontro promosso dall’ANAAO Assomed con Bianco, Balduzzi, Barani e Palagiano, rispettivamente del Centro Sinistra, “Monti per l’Italia”, Centro Destra e Rivoluzione Civile. Botta e risposta in tempo reale sulla sanità del prossimo Governo. A disposizione dei relatori tre minuti per rispondere alle domande che verranno poste loro.

I partiti e la sanità

In questa anomala campagna elettorale si ha l’impressione che i partiti non vogliano esporsi troppo su argomenti delicati quali la sanità e le misure per gestirla. Tutti dichiarano di voler difendere il servizio sanitario nazionale ma, spulciando con fatica i siti dei vari schiarementi si vede come ci sono delle differenze non trascurabili.

Il PD esclude ulteriori tagli e propone la razionalizzazione del sistema, ivi comprese la trasparenza nelle nomine, degli acquisti e dei risultati raggiunti dagli ospedali e dai dirigenti. Inoltre raccomanda una accurata gestione del rischio clinico, stabilendo che la responsabilità civile per danni alla salute dei pazienti sia sempre a carico della struttura sanitaria pubblica o privata, e non di medici infermieri o tecnici.

Il PDL si preoccupa soprattutto dei costi standard che dovrebbero essere i più bassi possibile e su base nazionale, non regionale.

La lista Monti pone un’alternativa: mantenere lo status quo e accettare la crescita della spesa o “razionalizzare ed innovare” secondo i principi di appropriatezza delle cure, costo e efficacia, riduzione degli sprechi, gestione manageriale.

Il Movimento 5 stelle propone un Ssn universale e gratuito con ticket proporzionali al reddito per le prestazioni non essenziali,  promozione dei farmaci generici, separazione della carriera dei medici pubblici e privati (?) con incentivi per i primi.

Rivoluzione civile vuole rafforzare il sistema sanitario pubblico e universale e promuovere un piano per la non-autosufficienza.

Rapporto su integrazione e continuità assistenziale

Presentato il rapporto “Misurazione e valutazione dell’integrazione professionale e sulla continuità delle cure” nato dalla collaborazione tra FIASO e Cergas (link) Obiettivo dichiarato era la verifica della presa in carico del paziente sia in ospedale che sul territorio con particolare riguardo alla continuità assistenziale. I ricercatori hanno applicato una scala di valutazione numerica che, con valore da 0 a 5, teneva conto di accessibilità dei servizi, qualità delle relazioni medico-paziente e unitarietà diagnostico terapeutica percepita dagli assistiti. L’indice di integrazione che ne derivava si attestava intorno a 3,00. Con una differenza significativa: i medici di famiglia non andavano oltre il valore di 2,69 (per i tumori, mentre era 2,40 per il diabete e 2,39 per le insufficienza respiratoria) mentre gli specialisti partivano da 3,65 (per i problemi respiratori) e raggiungevano il 4,03 per il diabete. Assolutamente carente la comunicazione, ancora affidata al cartaceo (cartella clinica e “ricetta”), mentre solo il 2% utilizza strumenti come la mail.

Sanità allo sfascio?

Non si sopiscono le polemiche e lo sconcerto sulle dichiarazioni di Monti circa la necessità di reperire fonti di finanziamento. Che le forme siano nuove o diverse è questione esiziale. Sta di fatto che la Sanità “pesa” per il 7,1% del PIL ma contribuisce a produrlo per il 12%; in Europa la spesa pro capite italiana è tra le più basse anche se la popolazione è la più anziana, e quindi abbisognevole di assistenza. Va da sè che “davanti ai problemi come la salute, non ci sono nè povero, nè ricco. Perchè se arriviamo a un punto con due sanità, quella di chi ha di più e quella di chi ha di meno, siamo al disastro sociale, non solo economico” (Bersani). E non si può non condividere la reazione a caldo di Antonio Di Pietro “è gravissimo che il presidente del Consiglio paventi il rischio del crollo del Sistema Sanitario Nazionale. Il governo reperisca le risorse necessarie dalla lotta all’evasione e alla corruzione e la smetta di smantellare un caposaldo della nostra Carta Costituzionale che garantisce il diritto alla salute a tutti i cittadini. La sanità pubblica non si tocca! Gli italiani onesti e le fasce sociali più deboli hanno già pagato troppo. Questo governo sta lentamente smantellando lo stato sociale, azzerando diritti acquisiti con anni di battaglie portate avanti da cittadini e lavoratori”. Anche la Cgil controbatte: “Monti vuole affamare la Sanità per poi svenderla” attaccano Cecilia Taranto, segretaria nazionale Fp-Cgil e Massimo Cozza, segretario Fp-Cgil Medici. “Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio sono gravi – continuano i due esponenti del sindacato- anche se non fanno altro che confermare quanto scritto nell’Agenda del suo Governo, fatto da noi denunciato per tempo e inutilmente smentito dal Ministro Balduzzi. Il Presidente del Consiglio non può permettersi certe preoccupazioni sulla sostenibilità del sistema sanitario nazionale dopo averlo ridotto all’osso. Se il Governo ha intenzione di privatizzare, come denunciamo da mesi, lo dica. Noi lo combatteremo”.

Manifestazione sindacale: mobilitati medici e cittadini

 

Oggi è un giorno importante per la sanità pubblica e per il futuro del lavoro medico. In questi anni manovre economiche, leggi finanziarie, decreti legge, nel combattere la grave crisi in cui versa il Paese, hanno duramente colpito la sanità pubblica, ridotto l’autonomia professionale dei medici e limitato sia il diritto a curare, che il diritto alle cure di ogni cittadino.
Le condizioni di lavoro sono progressivamente peggiorate: il blocco del turn-over riduce silenziosamente le dotazioni organiche e il blocco del rinnovo contrattuale condanna ad una perdita progressiva di potere d’acquisto che falcidia di fatto le retribuzioni. Senza contare i professionisti mortificati da contratti precari, privati di diritti elementari, che pure condividono gli stessi problemi, le stesse fatiche, senza neanche un possibile futuro all’orizzonte.
In questi giorni il Parlamento è impegnato nella conversione in legge del decreto sanità che, dietro
i buoni propositi del Governo dei tecnici, prepara altri colpi e mortificazioni per i medici e dirigenti sanitari del SSN ed un ulteriore regressione in tema di diritti del lavoro:

  1. una disarticolazione del sistema della valutazione professionale, che si vuole appiattita sul modello della pubblica amministrazione cancellando elementi specifici della Dirigenza Medica e sanitaria all’interno del Pubblico impiego, garanti di quella autonomia che la Corte di Cassazione esige a tutela dei cittadini e lasciando le loro carriere in balia della politica;
  2. una trasformazione dei medici e dirigenti sanitari in “pacchi postali” a disposizione delle Regioni, cancellando le norme contrattuali che regolano la mobilità, senza alcuna garanzia per disciplina, incarico professionale e trattamento economico;
  3. un tentativo di caricare di ulteriori oneri burocratici ed economici la libera professione intramoenia, con il rischio di spingere l’istituto fuori mercato ed i medici fuori del regime esclusivo.

Il servizio sanitario rappresenta un valore fondamentale per un Paese civile, anche e soprattutto in tempi di profonda crisi economica e, mentre gli inglesi ne celebrano la nascita alla apertura delle Olimpiadi, in Italia è in atto una sua progressiva disgregazione cui è necessario opporsi in nome dei principi di equità ed universalismo richiesti dalla Costituzione. Ma non si salva il sistema delle cure senza o contro chi quelle cure è chiamato a garantire anzi, valorizzare il personale del Ssn è condizione imprescindibile per salvaguardare la sanità pubblica.
I Professionisti del SSN che si identificano con i luoghi del loro lavoro, a loro volta luoghi di identità collettiva delle comunità, meritano più rispetto e maggiore valorizzazione, in nome della fatica e della complessità del compito che ogni giorno si assumono a tutela del diritto alla salute, che la Costituzione riconosce ai cittadini.

(dal comunicato sindacale congiunto)

Primavera verrà

Il ministro Balduzzi ha dichiarato che l’organizzazione prevista dal decreto sanità sarà pronto a partire dalla prossima primavera. Per intanto non si è ancora capito come si stanno, se si stanno, organizzando le regioni, quale sarà la partecipazione delle figure professionali interessate, se gli ulteriori tagli previsti non finiranno con il colpire ancora di più un settore, quello della Salute Pubblica, fin troppo penalizzato.

Un decreto in continua involuzione

 

Non ha pace il decreto Sanità. Sono tantissimi i rinvii e gli emendamenti. Andrà riscritto l’articolo sull’assistenza territoriale; la ricognizione delle strutture per l’intramoenia slitta in avanti, la fattura dovrà dettagliare le singole voci sì da poter sapere quanto andrà effettivamente in tasca al professionista, si potrà esercitare all’esterno anche se si producono prestazioni per meno di 12.000 euro l’anno; cambiano ancora le regole per le nomine e la copertura assicurativa sarà obbligatoria e a carico delle aziende. E’ un brodo primordiale che somiglia più a un magma lavico distruttore di antiche civiltà che non ad una indifferibile radicale riforma civile. Intanto, ieri, il decreto è passato alla Camera dei deputati, con 269 voti a favore, 65 voti contrari e 29 astensioni. Voto negativo da Lega e Idv, mentre nel Pdl alcuni parlamentari, come il deputato Domenico Di Virgilio, si sono sganciati dal voto favorevole del proprio partito dicendo «no». Astenuti i Radicali del Pd. Ora la legge va al Senato, dove si preannunciano ulteriori modifiche. Possibile, dunque, una terza lettura. Notevole il fatto che, per effetto di richieste della commissione Bilancio della Camera, il testo è stato modificato fino all’ultimo. In extremis sono saltate, ad esempio, la norma che derogava alla riforma Fornero sulle pensioni nel settore sanitario, il Fondo per curare le ludopatie, che doveva essere sostanziato con una parte delle entrate dei giochi, l’obbligo di introdurre strumentazioni tecniche (vedi lettori di tessera sanitaria) per scoraggiare l’accesso alle slot machines e simili da parte di minori. Quanto alle aranciate, il testo chiede ora un 20% di succo (al posto del 12%) per poter conservare la dicitura sull’etichetta. La norma resta, ma ci sarà più tempo, 9 mesi invece di 6, per adeguare le bevande e solo dopo la conclusione della procedura di notifica all’Unione europea. Sblocco del turn over nel settore sanitario ridotto dal 25% inserito inizialmente nel dl al 15%. Via anche l’aumento di 4 milioni di euro del fondo per l’acquisto di nuovi defibrillatori. Inopinate decisioni che mostrano ancora una volta, e non ce n’era bisogno, come la salute pubblica e gli operatori sanitari vengano stimati poco o nulla. Lavoro notturno, nei festivi, nelle aree di emergenze non valgono nulla; le ludopatie sono solo un “vizio” che porta beneficio allo stato biscazziere e guai a curarle, anzi incoraggiamo anche i giovani; il succo di frutto è meglio “omeopatico” e chissenefrega dell’Europa; invece di un nuovo assunto ogni 4 pensionati, meglio uno ogni 7, tanto se gli occupati “scoppiano” risparieremo le loro pensioni

Spazio ai giovani

“Circa il 60% dei medici iscritti al fondo Enpam ha tra i 50 e i 59 anni di età, e il 15,7% ha più di 60 anni: si pone quindi il problema di aprire maggiormente alle giovani generazioni”. Ad affermarlo è il ministro Balduzzi. E’ un problema di difficile soluzione. Da qui a dieci anni ci sarà un esodo di proporzioni bibliche, le pensioni saranno sempre più ridotte, in molti continueranno, bene o male, a lavorare (salute permettendo). Dal versante “giovani” ce ne saranno pochi e c’è da credere che cercheranno condizioni lavorative meno onerose di quelle attuali. Probabile l’importazione di medici di altra nazionalità, comunitari o extracomunitari che siano.

Governo clinico e pensioni dei medici

Sono tanti i punti critici e sospesi nel decreto sanità. Uno fondamentale è il riordino della materia pensionistica per i medici. Pare che si voglia portare l’età del pensionamento a 67 anni con la possibilità di restare in servizio fino a 70, prevedendo però anche dei meccanismi di incentivo all’uscita per favorire il ricambio generazionale. Il classico colpo alla botte accompagnato da uno al cerchio. Discutibile pensare a medici in servizio attivo, magari inseriti nei turni di guardia notturna e festiva, avanti con gli anni mentre altri giovani, preparati e in attesa verranno immessi, se pure avverrà mai, nei ruoli lavorativi in età più vicina ai 40 che non ai trenta e condannati a non maturare mai la pensione o ad averne una miserevole. Magari in ruoli di supporto potrebbe anche funzionare, ma non è quello che sta avvenendo e non è quello che lascia prevedere la riforma in corso.