Perchè i medici ignorano la sofferenza

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Sofferenza: problema troppo trascurato dai medici

Un interessante post sulla sofferenza è stato pubblicato sul blog Quartz (link). L’autore, B.W.Corn è professore di Oncologia all’Università di Tel Aviv e sottolinea la necessità di stabilire un rapporto empatico con i pazienti, persone e non contenitori di entità nosologiche, le malattie, che spesso finiscono per prendere il sopravvento sulle problematiche del singolo individuo. Di seguito alcuni significativi passaggi del post. In origine la parola “paziente” non è stata coniata per riflettere tolleranza. Piuttosto, significa “colui che soffre” e deriva dalla stessa radice latina che dà origine al termine “passione”. Infatti, la risposta emotiva alla sofferenza è la “compassione”, riparatoria per chi percorre il faticoso cammino della malattia. Un ex direttore del New England Journal of Medicine, il dottor Thomas Lee, di recente ha scritto un articolo per il Journal in cui ha rivelato un segreto commerciale: i medici hanno smesso di usare il termine sofferenza.  

Medico al sud: c’è poco da stare allegri

medico al sud
Scrive Roberto Saviano nel suo articolo sull’Espresso “nella mia Napoli la bellezza acceca” (link). “Provate a essere medico a Napoli e in Campania, e poi confrontate le vostre esperienze di lavoro con quelle dei vostri colleghi al Nord. Provate ad ammalarvi a Napoli, ad ammalarvi seriamente. Finirete, se ne avete le possibilità, per diventare pendolari. Finirete per farvi curare altrove e non certo per incapacità del personale medico – veri e propri eroi! – ma per la disorganizzazione delle strutture, perché i reparti sono sotto dimensionati e oberati di lavoro”. In generale l’opinione comune è quella del medico benestante che “può pagare”. Ma quanti sanno che il contratto è bloccato da anni, il carico fiscale aumenta sempre di più, la capacità di acquisto si riduce in maniera esponenziale. Per non dire di quanti, monoreddito, con moglie e figli a carico, mutuo e, se separati, alimenti da passare. E non so fino a che punto è saggio continuare nel malcostume dell’ALPI che assicura si la copertura di una casella nei turni di questo o quel reparto, servizio od ospedale ed un forte recupero in termini di reddito di tanti colleghi ma comporta un sovraccarico che, tralaltro, è stato già sanzionato dalla Comunità Europea per il mancato rispetto dei riposi. E’ un dato di fatto che infortuni, errori, malattie degli operatori aumentano di pari passo con lo stress. Che poi le cose non funzionino viene dimostrato anche dai dati ministeriali relativi ai LEA e dalla rendicontazione economica che ha si portato al pareggio di bilancio ma ha impoverito l’assistenza sanitaria. Le prospettive per il futuro non sono proprio rosee e non tanto per incapacità operative ma soprattutto per deficienze organizzative e povertà di risorse. Infine il blocco del turnover. Incontro spesso giovani specializzandi o neo specialisti che paventano i ritardi cronici del loro inserimento nel mondo lavorativo e attendono il nostro pensionamento, quasi fossimo noi i responsabili della loro situazione. E’ una strana sensazione, per quanti di noi, la marea dei nati negli anni ’50, vorrebbero il supporto e il sostegno di queste energie fresche, pronti a lasciar loro anche oggi le nostre incombenze. Medico al sud, sembra quasi una sciagura.

Kodak Retinette IA: emozioni di altri tempi

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Fotocamera vintage Retinette

Ad un certo punto la fotografia digitale stufa. Tra fotocamere digitali, telefoni smartphone, app, tag, Photoshop, Instagram, Facebook e quant’altro sta modificando non solo la fotografia ma anche il nostro quotidiano si arriva a percepire un senso di nausea e l’esigenza di recuperare qualcosa. Così ci si mette alla ricerca di informazioni, notizie e occasioni (naturalmente su eBay) che si concludono con l’acquisto di questa bella vecchia fotocamera. E’ una Kodak fine anni ’50, serie Retinette, mitica serie che ha accompagnato generazioni di persone prima dell’avvento delle reflex con ottiche intercambiabili, prima del digitale. Perfetta, funzionante, ancora con la sua bella custodia in pelle e una lente accessoria gialla, filtro perfetto per il bianco e nero. E’ con emozione ed un pizzico di trepidazione che si inizia ad usare la Retinette. Il peso è quello giusto: non troppo pesante da renderla intrasportabile, non troppo leggera da farla sembrare un giocattolo. L’apertura del vano pellicola è intuitiva: un pulsantino al disotto dell’apparecchio consente l’accesso, la ghiera viene alzata per consentire l’inserimento del caricatore, per fortuna le pellicole esistonono ancora, e la pellicola viene agganciata all’altro estremo prestando attenzione a far coincidere i dentini della rotella di trascinamento con i fori del rullino. Un piccolo movimento della leva di caricamento e la Retinette è pronta all’uso. Gesto dimenticato ma che fa tornare alla mente il recente passato e che lo restituisce come un rituale di recupero di parti di noi stessi. Non c’è messa a fuoco ma con una ghiera si stabilisce la distanza dal soggetto. Dopo di che si sceglie il tempo di scatto (possibili sia la posa B che l’autoscatto, altro che i “selfie” attuali) e l’apertura di diaframma con un insolito, per noi digitalizzati, movimento della ghiera. Lo scatto è agevole, senza eccessiva pressione e con un rumore della tendina appena percettibile. Ma la cosa più interessante è che se con il digitale si tende a scattare di tutto e di più, anche l’impossibile ma soprattutto l’inutile con l’analogica si riprende a pensare: si sceglie il soggetto da riprendere, si compone l’inquadratura, si decide l’accoppiamento di tempo e diaframma e solo allora si scatta. E si attende. Perchè il risultato non è mai immediato, tantomeno certo. Il tutto per 20 euro su Ebay. Vale la pena provarci.

Instagram

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Mi piace molto questa foto, che potrei intitolare “oltre il cancello” e che rappresenta una barriera-non barriera tra un interno ed un esterno, tra il sè e l’altro da sè, senza una chiara e definita separazione e, qualora pure sussistesse, senza un giudizio di merito. Anche la geometria mi convince. Delle linee diritte, le sbarre del cancello, e delle curve, gli archi del cortile, con dei cerchi che comunque disegnano una diagonale. Solo simbolica e discreta la presenza umana; una lampada, uno scaletto, degli attrezzi.

Cetara

E’ piaciuta al gruppo Ig_Salerno questa mia veduta da Cetara ed anche ai miei followers che in oltre 100 hanno espresso il loro gradimento. Forse la posizione di scatto e l’inquadratura dei tre elementi terra, acqua, aria (cielo) poteva essere realizzato meglio ma l’elemento metallico della ringhiera ha contribuito, a mio parere, ad introdurre un elemento dinamico che ha tenuto insieme il tutto.

Motoperpetuo e il 5 per mille

Anche Motoperpetuo partecipa al 5 per 1000. L’Associazione di Volontariato salernitana che si preoccupa delle persone con Parkinson o Alzheimer e che da anni sta caratterizzando la sua attività con iniziative formative, informative e di coinvolgimento di quanti sono coinvolti da queste problematiche ha raddoppiato scelte ed importo nel riparto della misura di sussidiarietà fiscale. Hanno indicato il codice fiscale 04330570658 ben 250 persone contribuendo all’attribuzione di 7099 euro. Saranno ben spesi nel mantenimento e potenziamento delle iniziative istituzionali.

I processi decisionali nella malattia di Alzheimer

Proseguendo il discorso sui processi decisionali iniziato in un precedente post si può affermare che nelle fasi iniziali dell’Alzheimer la degenerazione si verifica nel lobo temporale mediale, comprendendo sia l’ippocampo che la corteccia entorinale. Col progredire della malattia, altre aree cerebrali, come il lobo temporale, la corteccia frontale e quella parietale laterale, sono tipicamente affette. La neurodegenerazione nel prosencefalo basale porta a una diminuzione dei livelli di acetilcolina cerebrali che, insieme all’atrofia delle suddette strutture ceebrali, si traduce in un progressivo declino delle funzioni della memoria, così pure del linguaggio e delle abilità visuospaziali. Ma anche altri domini cognitivi, quali le funzioni esecutive, potrebbero essere colpiti.
Sottoponendo i pazienti con Alzheimer a test quali l’Iowa Gambling Test, specifico per la valutazione dei processi decisionali, si è visto che riescono meno bene dei controlli sani. Inoltre i punteggi sulla IGT correlano significativamente con il rendimento nella memoria visiva anterograda e nelle prove verbali, ma non con i punteggi su una grande varietà di scale psichiatriche, indicando che l’impoverimento decisionale dei pazienti con malattia di Alzheimer potrebbe essere più strettamente associato a disturbi neuropsicologici che non ai sintomi psichiatrici che possono svilupparsi dopo l’insorgenza della malattia.
In un lavoro su pazienti con Alzheimer lieve, confrontati con persone sane, il test del gioco dei dadi non ha rilevato differenze significative nel numero totale di scelte vincenti tra i due gruppi. Tuttavia la percentuale era significativamente maggiore nel gruppo di controllo rispetto al gruppo di pazienti il che potrebbe indicare che i pazienti con Alzheimer prendono decisioni in modo casuale e non sono in grado di sviluppare una strategia vantaggiosa.
Sorprendentemente non sono state riscontrate differenze nel tempo di reazione tra i due gruppi ed i pazienti con malattia di Alzheimer non hanno evidenziato cambiamenti nelle loro scelte durante l’attività. Sulla base di correlazioni positive tra la performance nel processo decisionale del GDT e il Trail Making Test, che misura l’attenzione sostenuta, si ritiene che lo sviluppo di strategie vantaggiose venga influenzato negativamente dal deficit di attenzione e delle funzioni esecutive. Funzioni queste che dipendono dall’attività dei circuiti dorsolaterali, noti per essere coinvolti nel processo decisionale.
In un altro studio i pazienti con malattia di Alzheimer sono stati valutati con l’IGT. In questo compito, con elevato grado di ambiguità, i pazienti hanno selezionato le carte in maniera significativamente meno vantaggiosa rispetto ai controlli. La frequenza con cui i pazienti con AD alternano scelte svantaggiose a scelte vantaggiose è correlata positivamente con i punteggi su una prova di controllo inibitorio, vale a dire il go/ o-go della Frontal Assessment Battery. Questo suggerisce che il motivo delle scelte casuali nella persona con Alzheimer risieda in un alterato funzionamento della corteccia prefrontale oltre che, in accordo con precedenti report, nell’amigdala e nei collegamenti con la corteccia frontale ventromediale.

I miei libri di gennaio

Il cimitero di Praga (di Umberto Eco, edito da Bompiani)
Mi piace Eco ma questa volta la lettura è più ostica del solito. Si procede lentamente e la vicenda non riesce mai a “prendere” a pieno. Eppure gli elementi e gli spunti per avvincere il lettore ci sono tutti, compreso un giovane Freud in visita alla Salpertiere. Due le ipotesi: o Eco sta invecchiando e diventa “rindondante” nelle sue esibizioni di stile indiscutibile oppure sto invechiando io e ho bisogno di un linguaggio semplificato, quasi in stile sms.

Terroni (di Pino Aprile edito da Piemme)
Una rilettura della questione meridionale che, ancorchè documentata su fatti realmente accaduti, sembra voler danneggiare piuttosto che aiutare il Sud. Il passato è tale e non si può pensare al futuro cercando sempre più indietro nel tempo stragi, violenze e sevizie. Mi piace pensare che il libro voglia essere una provocazione ed un invito a riflettere con ragionevolezza.

La paura è una sega mentale (di Giulio Cesare Giacobbe edito da Mondadori) Continua la fortunata serie del “collega” psicoterapeuta. Scritto in maniera divertente, si legge con facilità. Lo stile e i contenuti a me ricordano molto la scuola di Palo Alto con ampie, ed intelligenti, incursioni in settori quali quello sistemico-relazionale, la psicosintesi, la programmazione neurolinguistica e altre.

Il 2 novembre

Ricorre oggi la celebrazione dei defunti. Passano gli anni e noi, i sopravvissuti, accumuliamo il numero delle persone care scomparse. I familiari, gli amici, i conoscenti e, per noi che esercitiamo professioni sanitarie a stretto contatto con l’evento morte, i pazienti che abbiamo accompagnato nel corso delle loro malattie.

E’ giusto ricordarli ed è giusto fermarsi per un attimo a riflettere: su noi stessi, sul senso della vita, delle scelte che si sono fatte e di quelle che si faranno e, sarebbe davvero una cosa lodevole, sulla riconciliazione che dovremmo promuovere. Tutti.